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Posts Tagged ‘disperazione’

  1. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla M alla Q)

    marzo 7, 2011 by Valentina

    Guardavo le curve dei nostri corpi incastrarsi nella penombra, le ginocchia intrecciate, le spalle contro i colli, le braccia attorno ai lombi. Pensavo alla forchetta che gira e schiaccia il burro fino ad ammorbidirlo e farlo fondere con lo zucchero, e pensavo che e’ impossibile poi separarli di nuovo. E credevo che lo stesso fosse per noi. E quando ti sei alzato e sei andato nell’altra stanza, e ti sei vestito e sei uscito dalla mia casa, e sei partito e sei tornato a centomila chilometri lontano da qui, sono rimasta stesa a domandarmi se in origine io fossi il burro o lo zucchero, e come avrei mai fatto a ritornare pura.

    Le piccole cose che odi di me: il mio disordine, il fatto che permetta ai miei gatti di salire sul letto e sul lavandino, il modo infantile che ho di tentare sempre di passare per la vittima. Le piccole cose che odio di te non le so elencare, sono talmente insignificanti, non sono niente. Le piccole cose che ami di me: quando rido al telefono, il sorriso che ho quando ti incontro nel parcheggio, quando dico una cosa buffa o sciocca in modo molto serio. Le piccole cose che amo di te davvero non le so dire. Sono un nonnulla. Sono tutto.

    Tutte le cose lucide le buttiamo via. Tutte le cose che riflettono e brillano e specchiano le buttiamo via. Teniamo solo le cose opache, la foschia, le superfici ruvide e ostiche. Non ci piacciono i marmi, preferiamo il legno. Non ci piacciono i diamanti, preferiamo la lana. Non ci interessano i vetri, a noi piace baciarci dietro le persiane chiuse.

    Lo snodo in cui il gesto si trasforma in suono. Il punto di equilibrio tra le piccole leve delle dita e della meccanica della tastiera da un lato, e le grandi leve e il peso del corpo dall’altro. Noi pianisti prestiamo la massima attenzione all’azione del polso. Tu invece eri solo interessato a sentirci battere il mio cuore, con le tue dita lo stringevi delicatamente: tu-tum, tu-tum, tu-tum. Fino al giorno in cui l’hai afferrato con rabbia, lasciandomi due lividi tondi e scuri mentre provavi a farmi voltare e guardarti in faccia. Tu-tum tu-tum tu- e si e’ fermato per un attimo, il mio polso, quando l’hai lasciato e ti sei voltato e non sei tornato piu’. E adesso ha ricominciato a scandire il ritmo sulla tastiera, un valzer trisillabo mentre chiama il tuo nome: tu-ttu-tum, tu-ttu-tum…

    Ci sono tante cose di cui non parliamo, nel nostro patto mai enunciato di non farsi domande scomode. A volte vediamo germogliare certi strani punti di domanda nei silenzi al telefono, nelle pause dell’amore. Li osserviamo come se fossero incomprensibili misteri della natura, come galassie lontane o  affascinanti insetti multicolori. Non li nominiamo, li lasciamo vibrare un momento nell’aria davanti ai nostri visi, e cerchiamo di dimenticarli con fenomeni ancora piu’ stupefacenti, come i baci o le parole inventate o le canzoni.

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  2. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla F alla L)

    febbraio 21, 2011 by Valentina

    Ho aperto il dizionario dei giorni disperati per trovare un sinonimo del mio essere vuota e leggera. Pensavo di essere come una lanterna di carta di riso, di quelle che volano nelle notti d’oriente portando in alto i desideri. Lo pensavo perche’ non riesco a contenere altro che quel poco di calore e luce che mi servono a sopravvivere per i prossimi metri. La mia incapacita’ di trattenere qualunque pensiero piu’ a lungo di qualche minuto pensavo fosse dovuta alla mia distrazione, alla mia stupidita’. Invece sono solo rotta. A pezzi. Come una scodella caduta a terra e andata in cocci. E puoi provare a riattaccare i lembi, continuera’ a perdere il latte dalle crepe. E puoi provare a confondere ancora frivolezza e fragilita’.

    Camminavamo al sole e i cani ci facevano le feste. Io raccoglievo la ghiaia dall’argine del fiume. Tu non volevi che la portassi a casa, ma a me sembrava preziosa: ogni pietra simile alle altre ma con quella particolare venatura, quel particolare colore, quella piccolo unico affossamento sulla cima. E pensavo a quanta acqua ci fosse voluta per rendere ognuna di quelle pietre cosi’ perfettamente tonda e liscia, e le infilavo in tasca mentre senza pensarci le macinavamo con le suole di gomma delle nostre scarpe. I cani ci facevano le feste, c’era il sole, e tu mi mettevi le mani nelle tasche ridendo e ributtavi a terra i ciottoli che avevo scelto.

    Di tutte le parole che mi hai detto ne scelgo solo una da tenere sempre con me. Quando hai risposto al telefono la prima volta che ti ho chiamato e hai detto “Hhh… ciao”. Ecco. Di tutte le parole che mi hai detto quell’ Hhh prima di parlare davvero e’ stata la piu’ grande dichiarazione del tuo amore. Ho visto le tue labbra aprirsi come come se volessi bere la mia voce dall’altro capo del filo. Ho immaginato l’aria che ti passava tra i denti e poi ti asciugava il palato e ogni senso che si risvegliava solo al mio nome che lampeggiava sullo schermo. Quando mi hai detto “Hhh” al telefono quella volta mi hai detto che volevi bermi, mangiarmi, respirarmi, mi hai detto che volevi che entrassi in te per rimanere dentro di te, parte di te, per sempre. Prima che il cervello riprendesse il controllo ed elaborasse un saluto mi avevi gia’ detto tutto. Le cose piu’ importanti me le hai dette quando non erano ancora state inventate le parole.

    Ci sono parole che hanno il suono tanto bello quanto e’ crudele il loro significato. Il dizionario dei giorni disperati ne e’ pieno. Illudere inizia come un sipario che si apre sulla lingua che ribatte le elle mentre la u prende la forma di un bacio, e poi le labbra si stirano a lato come in un sorriso amaro per completare la parola. Hai messo in scena il tuo spettacolo di meraviglie, io ho creduto ad ogni mossa delle tue labbra, non volevo credere al finale, non potevo credere che stessi ridendo. Non volevo credere che stesse finendo.

    Il tempo cura ogni cosa. E’ il medico migliore. Il tempo ha un bisturi affilato e non usa anestesia. Seziona, taglia, apre. Ti mostra il dolore in ogni sua angolazione, in tutta la sua profondita’, ne analizza colore e consistenza prima di scavare piu’ a fondo. Te lo spiega, te lo racconta, fin quando non lo impari a conoscere bene, come se fosse un oggetto separato da te con cui avere una quotidiana familiarita’, come il vuotatasche all’ingresso di casa dei tuoi o il pomello della porta dell’ufficio. Conti i giorni, i mesi, guardi le lancette girare. Ma in realta’ stai contemplando il tuo dolore, come si trasforma, come scorre lento, come e’ ciclico e senza fine. Il tempo ti guarisce quando diventa esso stesso il tuo dolore. E prima o poi chiederai per errore ad uno sconosciuto “che ore siamo?”

    Dizionario dei Giorni Disperati dalla A alla E

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