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  1. post di grande attualità e senza tristezza (quasi)

    febbraio 2, 2012 by Valentina

    Premessa: ultimamente mi si accusa di scrivere solo robe tristi e strappacuore. Così, per bastiancontrarismo, oggi vi sottopongo un pezzone di scottante attualità.

    Premessa bis: non ho una grande esperienza in merito a quello che sto per scrivere, quindi mi sento assolutamente in diritto di farlo con estrema spocchia e disinvoltura come si usa.

    Premessa tris (e poi anche basta): io al momento, come i più attenti di voi sapranno, un lavoro ce l’ho, e pure un lavoro che mi piace. Ma giusto perché sono sempre un passo avanti e per quel bastiancontrarismo di cui sopra mi sono ritrovata a rispondere con i fatti alla simpatica querelle sulla monotonia del posto fisso tanto in voga in questi giorni.

    Orbene: oggi sono andata a un colloquio di lavoro.

    Non mi sono impegnata particolarmente per ottenerlo, mi sono messa in mano a un’agenzia che si occupa di intrecciare le richieste delle società con i cv che ha sottomano per capire se nella disomogeneità delle mie esperienze si potesse trovare qualcosa di potabile. Circa dieci giorni fa mi ha chiamato il referente dell’agenzia chiedendomi se fossi interessata a questa società che cercava una figura compatibile con il mio pregresso e ovviamente ho acconsentito che inoltrassero il mio cv.
    Ieri mi richiama dicendomi che la società voleva fissare un colloquio.
    “Perfetto, sono molto contenta. Per quando?”
    “Domani alle 18.”
    “Ehrm, domani alle 18 ho già un altro impegno. C’è un’alternativa?”
    “Certo: dopodomani alle 17.30″
    “Ecco, dunque. Dopodomani alle 17.30 ho comunque un altro impegno. Se non ci sono altre date disponibili mi dia dieci minuti che vedo come organizzarmi”
    Mi organizzo, arrangio spostamenti improbabili con treni e slitte da neve e puntuale di quella puntualità imparata in terra d’Albione alle 17.50 mi presento nella sede del colloquio.

    Loro si presentano come studio legale associato internazionale estremamente fighetto/driven/geghegé, io molto meno cialtrona del solito con capello pettinato, filo di trucco perché siamo efficienti ma non sciatte, pencil skirt e tacco grazie al quale mi sono arpionata per chilometri nei cumuli di neve e ghiaccio riuscendo a portare a casa in qualche modo entrambe le caviglie integre.

    Inizia la lunga anticamera. Perché ovviamente io, postulante, attendo posteggiata su un divanetto di similpelle nera a contrasto coi marmi bianchissimi e lucidissimi del pavimento. Attendo. Attendo. Attendo abbastanza a lungo da elaborare una complessa teoria secondo cui in certi posti di lavoro vengono diffuse nell’aria mediante appositi apparecchi, o più probabilmente sfruttando i condotti del condizionamento, delle particolari sostanze che eliminano in chi le respira qualunque traccia di felicità. Dopo cinque minuti ero mediamente annoiata. Dopo dieci stavo scivolando verso la più totale apatia. Allo scadere del quarto d’ora avevo già dimenticato che là fuori esiste un mondo fatto di colori e profumi e musiche ed esperienze meravigliose da scoprire. Dopo venti minuti mi era addirittura passata l’incazzatura derivante dalla constatazione che evidentemente, in quanto erogatori di possibile lavoro, questi legali associati internazionali ritengono che il mio tempo sia decisamente meno prezioso e valevole del proprio, permettendosi dopo avermi imposto un orario ben preciso per cui ho anche spostato precedenti impegni grazie al ridicolo preavviso… permettendosi, dicevo prima di imbracarmi in una frase lunghissima che mi avrebbe fatto perdere il filo… permettendosi, porco il cazzo, un ritardo che a parti inverse sarebbe stato definito inqualificabile.

    Ma ormai avevo respirato abbastanza sostanze psicotrope da sentirmi quasi attratta da questa novella Azkaban e ho seguito docilmente il mio interlocutore in una sala riunioni, nutrendo in seno la speranza di esserne io un giorno custode e maestra, di detenerne le chiavi e gli oscuri schemi di assegnazione, del tutto disposta a mettere da parte qualunque pulsione vitale e immolarmi all’idea del posto fisso 9-18, buoni pasto e lexotan compresi.

    Il colloquio va benissimo. Ma proprio tipo tanto bene che ehi, stanno cercando proprio una che non solo mi assomiglia un sacco ma che deve fare esattamente quello che ho fatto io quando lavoravo per Il Nemico! Mi chiedono quali fossero esattamente le mie mansioni e il mio ruolo, mi testano sulla conoscenza dell’inglese, mi fanno presente che è molto bello il fatto che io sappia fare molto bene A, B, C e D. E che a loro però servirebbe anche E. E qui scatta il momento WTF.

    “Ha domande fa farmi?”
    “No, mi sono già confrontata con il referente dell’agenzia che mi ha anticipato che tipo di contratto e spettanze sarebbero stati discussi in seguito in base al candidato che avreste scelto quindi mi sembra prematuro affrontare ora l’argomento, per il resto è stata molto specifica e chiara, non ho altre domande”
    “A questo proposito, posso chiederle da quale cifra potrebbe ritenere interessante la nostra proposta economica?”
    “Certo, da XX a XX-xx lordi annui”
    “Mi sembra una richiesta assolutamente ragionevole e in linea con le sue competenze e l’esperienza maturata nel ruolo. Certo, noi le chiederemmo di svolgere alcune mansioni in più quindi eventualmente questa parte dovremo ridiscuterla”

    Presto! Indossare la migliore pokerface a disposizione! Pilota automatico lingua: formulare frase di consenso e comprensione “certo, certo, chiaro, certamente”. Azionamento sollevamento del sopracciglio: disattivato. Ripeto: disattivare alzata di sopracciglio. Forzare manovra di sorriso. Piano d’emergenza anti WTF a regime completo: missione compiuta.

    Mentre il mio cervello azionava tutte le procedure necessarie al mantenimento di una postura decorosa, in una parte più profonda di me si dipingeva tutto un presepe di considerazioni in cui il meno cornuto fra tutti era il bue.

    Perché? Perché per le mie competenze e l’esperienza maturata se chiedo XX per fare A, B, C, D sono appropriata e ragionevole ma siccome tu mi chiedi di dare A, B, C, D e pure E allora la mia richiesta è troppo alta? Visto che comunque tutto quello che so fare tu mi chiederai di farlo e pure di imparare a fare qualcosina in più, perché ad un aumentare delle mansioni e delle competenze nella tua mente legale associata internazionale corrisponde una diminuzione delle spettanze economiche?

    Hai forse tu preventivato un budget estremamente inferiore per cui ritieni di dover assumere qualcuno da formare completamente? Allora perché hai selezionato il mio cv? Hai tu invece necessità di una persona già completamente formata a cui daresti volentieri millemila soldini in più di quelli che daresti a me e quindi non corrispondo al profilo? Ma a questo punto potresti darmi il giusto richiesto per quello che già so fare (richiesta coerente per tua stessa ammissione) e prospettarmi la necessità di un periodo di formazione terminato il quale si può valutare se mantenere lo stesso inquadramento o eventualmente andare incontro ad un miglioramento. O forse vuoi tu una persona già quasi totalmente formata ed esperta da pagare però come se fosse a un primo impiego per quell’unica lacuna da colmare, e che porti in dote magari un intero harem di mogli ubriache e una vasta cantina di botti piene?

    Avrò tempo di meditare sull’arcano nell’attesa di sapere se sarò abbastanza fortunata da passare a un secondo colloquio.
    Anche se, nella mia modesta opinione da postulante (ammesso e non concesso che possa contare qualcosa o che io possa addirittura avere un’opinione a riguardo), lo studio legale associato internazionale geghegé il primo colloquio non l’ha passato.

     

     

    PS: so che vi state tutti domandando quale sia la competenza dirimente oggetto di tanto scuorno. Essa è il battere al computer gli appunti e sbobinare registrazioni. E io non lo so mica se. Eh.


  2. spleender

    febbraio 1, 2012 by Valentina

    L’inizio dell’estate, quando sembra che le giornate debbano durare per sempre.
    Il tuo sguardo allungato sopra il vetro di un aperitivo annacquato.
    Le mie mani nervose appese per i pollici alle tasche.
    Poi mi hai portata via, ogni meraviglia e ogni stupore messi sul mio conto. Tanto salderò a fine stagione, tanto sembra che quest’estate debba durare per sempre.

    E invece è finita, sono rimaste le bollette, è rimasto tutto il non capirsi accumulato dietro la battuta delle porte e sotto i cuscini schiacciati con la faccia, sono andate via le parole leggere, sono rimaste solo le cattiverie e le ripicche e i dispetti.

    In una casa come si deve serve sempre una porta da sbattere quando si litiga.
    In una storia come di deve serve sempre qualcuno che resti a pulire i cocci, buttare gli avanzi, pensare “è stata proprio una bella festa” prima di passare lo straccio e andare finalmente a dormire.

     

     


  3. Due cose che mi ricordo

    gennaio 21, 2012 by Valentina

    1.

    Il foglio bianco era appeso con una puntina sulla porta laterale del teatro, quella dell’ingresso degli artisti. Mentre camminavamo lungo la strada non riuscivo a staccare gli occhi dal rettangolo bianco, come se avessi potuto leggere già da duecento metri di distanza i nomi che la segretaria aveva scritto a macchina rigorosamente non in ordine di voto. Sono corsa un pochino avanti ma all’ultimo ho lasciato che il maestro mi superasse e leggesse. Tenevo gli occhi bassi, guardandomi le stringhe delle Superga. Avevo paura di quello che avrebbe potuto esserci scritto e ancora più paura di quello che avrebbe potuto mancare dall’elenco: il mio nome.
    “Ci sei”. Il maestro aveva chiesto all’organizzazione di farmi suonare davanti alla commissione l’ultimo giorno delle prove eliminatorie apposta: “tanto andrai sicuramente in finale, è inutile fare due viaggi”.
    Avevo l’età in cui ero ancora padrona della formula alchemica che trasforma il panico in determinazione. Ho alzato lo sguardo verso gli occhi azzurri del maestro. “Andiamo a prendere un gelato al parco. E poi per questa sera…” mi ricordo ancora il suo sorriso rassicurante. “Non si preoccupi per me questa sera. Questa sera vinco”.

    2.

    Il pastone era viscido tra le dita. L’uovo mi colava sulle nocche mentre le lacrime mi colavano sul mento. Avvicinavo la mano con attenzione al suo muso nero e morbido, solo qualche peletto bianco intorno al naso. Mi guardava con gli occhi umidi che aveva sempre avuto, senza uggiolare, coraggioso. Mi leccava via il cibo dalla mano con delicatezza, mentre con l’altra gli accarezzavo la testa. Sentivo la cicatrice che aveva sempre avuto da quando lo avevamo trovato sotto il pelo corto che vicino alle orecchie diventava morbido come velluto. Piangevo e lo accarezzavo, e lui mi guardava lappando piano finché non gli è passato l’appetito e ha appoggiato la testa sulla brandina, steso sul fianco. La fiamma bianca sul petto, le zampe un tempo forti e muscolose che non lo sapevano più reggere, che non lo facevano più correre e saltare le panchine ai giardinetti, che non ticchettavano più con le loro unghione sui pavimenti. Il giorno dopo mio papà lo avrebbe preso in braccio e lo avrebbe accompagnato a non essere più. Ma per quella sera avevo ancora i suoi occhi neri e umidi e coraggiosi che sembravano volermi dire di non piangere più, e gli accarezzavo la testa grossa e buona cercando di intuire se sapeva oppure no.


  4. Prima o poi tutto viene a noia

    gennaio 16, 2012 by Valentina

    Prima o poi tutto viene a noia.
    Non basta la vocazione al martirio, arriva il momento in cui ti fai abbastanza male da non volerne più. Arriva il momento in cui le attese diventano automatiche e sono svuotate dai pensieri a domani, a dopodomani, a sempre.
    I gesti diventano meccanici, tessi la tela, disfi la tela, non senti nemmeno più il filo sotto alle dita. Ti addormenti con il dolore che è diventato solo un brusio di sottofondo e ti aiuta ad addormentarti, ti svegli con un fastidio sotto le costole che è il solito pensiero del risveglio e della giornata da affrontare di nuovo, da capo, sempre uguale, uguale a ieri, all’altroieri, a sempre.
    Smetti di giustificarti, smetti di sperare, ti impedisci di guardare oltre. Ti annoi, come se fosse un gesto nobile e franco. Smetti di dirti che cambierà. Smetti di immaginarti in un’altra situazione, in un altro momento. Ti accorgi che la noia è una compagna fedele e la proteggi, fai in modo che non si sciupi, che non si infranga. Tenti dei brevissimi diversivi per confermarti di avere ancora il controllo della situazione, sperando di perderlo al più presto. Prima o poi tutto viene a noia. E la noia è bella.
    La noia, in fondo, è meglio del resto.


  5. Se mi abbracci

    dicembre 20, 2011 by Valentina

    Se poi mi abbracci senti che non sono morbida e cedevole come pensavi. Se mi abbracci poi senti uno spigolo di anca, un angolo di costola (ti ho detto che ho due costole nuove, spuntate pochi mesi fa? sentivo un dolore lì in basso, più sotto, e poi sono spuntate due costole corte che prima non avevo, saranno le costole del giudizio, quelle due costole in più che chiudono la gabbia toracica a doppia mandata). Se poi mi stringi senti i noccioli che ho davanti sul petto pungere e lottare contro il tuo, di petto, come se fossero speroni per pungolare il tuo cuore, “batti più in fretta, hop, hop, trotta e galoppa, hop hop”. Poi se mi abbracci ti accorgi che non prendo la forma che mi volevi dare, che il mio corpo è tutto fatto a guardia di finanza per difendere i suoi confini, che se mi tieni il polso per sentire se ci scorre il sangue o del succo di mela poi mi restano dei lividi tondi sui polsi, neri e tondi come more e meno dolci, e tutto intorno una linea tratteggiata con una scritta in corsivo “tagliare qui”. E quando ti chini e mi baci sul collo, quando non ho le scarpe e improvvisamente ti accorgi che sono molto più bassa e molto più alta di come mi facevi, e mi sporge la clavicola, si segna di rosso contro la tua barba e poi sembra la sottolineatura di un errore sul quaderno.


  6. All I want for Christmaaaaas is… una rivoltella

    dicembre 16, 2011 by Valentina

    L’anno scorso la notte del 24 dicembre ero su un aereo per Londra partito con 2 ore di ritardo. La persona che avrebbe dovuto venirmi a prendere in aeroporto non voleva farsi lo sbattimento e quindi mi sono trovata con il mio valigino ad attraversare la gente che si abbracciava e si baciava agli arrivi per raggiungere il gabbiottino dei treni e fare il biglietto per Victoria Station impegnandomi al massimo per non piangere e non sbagliare binario.

    Qualche anno fa sono stata lasciata il 23 dicembre. Però ho ricevuto lo stesso il regalo per natale, eh.

    Quest’anno mi appresto a battere ogni record di patetismo.

    A me una volta il natale piaceva. O forse me la racconto, forse mi ha sempre fatto schifo. Auguri eh.


  7. Il rovescio della tazza

    dicembre 11, 2011 by Valentina

    Mi dicono di leggere, di scrivere, di non pensare.
    Iniziare a dipingere, tornare a disegnare, studiare una nuova lingua.
    Uscire, incontrare gente nuova, richiamare i vecchi amici.
    Impegnare il tempo e le mani, per far passare il tempo della guarigione senza continuare a tornare a toccare lì dove fa male.
    Mi dicono di calcolare lo spazio rimasto vuoto e progettare di riempirlo nel modo più razionale: concentrati sul lavoro, ritorna alla musica, inventa un nuovo progetto, torna all’univeristà.

    Ma io mi guardo intorno nella mia casa ancora vuota e penso che ci sto bene. Penso a tutti gli oggetti che non ho più e che non mi mancano, perché in fondo non mi servivano. Penso che sto meglio nei luoghi poco affollati. Penso che ho tutto quello che mi serve e tutto quello che ho mi basta.

    Allo stesso modo il vuoto che mi hai lasciato mi piace. Un po’ perché conserva ancora la tua forma e quindi è come averti ancora qui, in un certo modo puro e stupido da cui è esclusa ogni pretesa di possesso. Un po’ perché mi servirà a ricordarmi che ho già tutto quello che mi serve e che mi basta, quando sarà passata la nostalgia. Un po’ perché in uno spazio riempito a forza poi non c’è più posto per nient’altro. E io invece voglio tenere questo spazio che tu non hai voluto vuoto e pulito per chi vorrà provare ad abitarlo.


  8. Il tema di fine anno

    dicembre 9, 2011 by Valentina

    Cara maestra,

    non sono ancora iniziate le vacanze di Natale ma so che come ogni altro anno ci consegnerà un tema da svolgere sull’anno appena trascorso e così ho pensato di portarmi avanti e consegnarle già da ora il mio tema sul 2011, bilancio e riflessioni.

     

    Il 1 gennaio 2011 avevo la febbre. L’anno già non iniziava sotto i migliori auspici, ma io sono andata lo stesso a pattinare sul ghiaccio con i miei amici e a divertirmi con loro pensando che tanto sarebbe passata. Invece sono rimasta a letto quasi un mese perché non era una febbre normale ma era la SCARLATTINA. Da questa esperienza ho capito che non bisogna mai spingersi oltre i propri limiti fisici e soprattutto che alcune malattie non esistono solo nei libri dell’Ottocento ma ce le si può tranquillamente prendere anche tipo in aeroporto.

    A febbraio sono guarita dalla scarlattina e mi sono licenzata dal lavoro. Ero molto contenta perché era un lavoro che non mi piaceva tanto e le persone per cui lavoravo erano tipo quelle che adesso tutti vorrebbero impiccare agli alberi del parco di trenno perché sono quelli che hanno inventato la bolla della speculazione sui mutui e la crisi e i milioni di euro bruciati in borsa in cinque minuti eccetera. Solo che per tutto il mese ho dovuto lo stesso lavorare perché non è che uno si licenzia e sta a casa. No. Deve ancora lavorare per tot settimane.

    Poi ad aprile ho messo tutte le mie cose su un furgone (i mobili, i libri, gli spartiti, il ferro da stiro, il bellissimo stendino gulliver della foppa pedretti, il microonde, l’aspirapolvere, tutti i vestiti e le scarpe, la stirella, i cd, lo stereo, il computer, le stoviglie della cucina, tutto) e sono andata in Cornovaglia. La Cornovaglia è un posto meraviglioso. La mia casa era sul limitare di un paesino con circa 138 case (no circa, le ho contate) e si affacciava sulla brughiera. Tutte le mattine guardavo la brughiera, le pecore, i pony selvatici, la pioggia, il mare in lontananza, i cespugli di erica. Molto bello, davvero.

    In maggio ho messo un po’ di libri e un po’ di spartiti in quattro scatole, le ho portate all’ufficio postale del paesino di 138 case e le ho spedite a Milano. Poi ho preso i gatti, li ho messi in un trasportino, ho preso il taxi, poi il treno, poi un altro treno e poi l’aereo e sono tornata a Milano. Perché la Cornovaglia era davvero bellissima, però io no. E neanche la persona con cui ci stavo (anche se lavorava da un’altra parte e la vedevo solo il finesettimana).

    In giugno ho fatto pitturare tutti muri della casa di Milano di un bel giallo sole. Tanto non c’erano mobili da spostare perché era rimasto tutto in Cornovaglia e io volevo avere un colore allegro per tirarmi su di morale. E poi piaceva anche ai gatti. Mi sono messa a cercare dei lavori, ma non come quello di prima, dei lavori per lavorare ed essere più contenta. Mentre cercavo i lavori mi hanno chiamato quelli della casa che mi hanno detto “ma tu avevi disdetto l’affitto e noi la casa l’avevamo promessa a un’altra persona” e io gli ho detto “ma io sono tornata e ho fatto la disdetta della disdetta” e loro “infatti se vuoi restare è tuo pieno diritto, però quest’altra persona è anziana, poverina, qui sarebbe vicina ai suoi figli, tanto a te cosa cambia, ti troviamo un’altra casa, ma se vuoi restare qui resta, tanto quella poverina signora anziana sarà costretta dal tuo egoismo a morire lontano dai figli e…” “occhei, me ne vado”. Ma in realtà andavo solo a sentire i concerti e a limonare con ragazzi che poi mi avrebbero odiato per il resto della vita, e a fare colloqui.

    A luglio sono andata ad abitare nella casa nuova. Anche se nel frattempo avevo trovato un lavoro nello stesso cortile della casa vecchia. E vabbè, non è che una può sempre stare lì a lamentarsi. Almeno avevo di nuovo una casa e un lavoro.

    Ad agosto è venuta una mia amica nella casa nuova. Era la prima volta che veniva. Era anche la prima volta che la vedevo. Era anche la prima volta che ospitavo qualcuno a casa mia, perché nelle altre case c’erano sempre dei fidanzati che non volevano che ospitassi le mie amiche.

    Poi a settembre e a ottobre non è successo niente. Io volevo sempre che certe cose cambiassero, ma non dipendevano da me, e allora passavo le giornate a lavorare e le serate a giocare coi gatti.

    Finché non è arrivato novembre e quelli del lavoro mi hanno detto “da domani non lavori più”. E io gli ho detto “ma come. L’altro lavoro che avevo quando me ne sono voluta andare ho dovuto lavorare per altre tot settimane e questo lavoro che lo voglio invece devo stare a casa da domani?” e loro “sì” e io “ma cosa dice il contratto” e loro “quale contratto ahr ahr ahr. E per l’impudenza di questa domanda sai cosa? non ti paghiamo neanche il mese di ottobre” e io allora sono andata dall’avvocato e adesso non so come vada la cosa ma mi fido di lui e vedremo.

    E poi finalmente è arrivato dicembre. E tutto quello che ancora mi poteva cadere sulla testa mi è caduto sulla testa. E non resta nient’altro.

    Ho fatto una profezia maya che dice che il mondo finiva nel 2011 e l’ho fatta avverare. Però sono successe anche tante cose belle: sono andata al concerto dei Bell&Sebastian, e anche a quello dei FooFighters, e poi sono usciti ben due dischi entrambi con il mio nome nei ringraziamenti, e ho litigato con alcune persone con cui poi ho fatto pace, e la mia amica del cuore mi ha portata con sè quando ha fatto l’ecografia e abbiamo visto insieme i pugnetti e il naso del fagiolino che porta in grembo. Ho visto tanti posti e preso tanti abbracci, e forse ho anche un lavoro che è molto strano ma mi fa ridere e quindi è bello.
    Adesso faccio un’altra profezia maya che dice che il mondo ricomincia nel 2012. Nel frattempo, in questa ventina di giorni che avanzano fino al nuovo anno, prometto che mi impegnerò a rimanere viva.

     


  9. Lettera d’amore 1126

    dicembre 6, 2011 by Valentina

    C’è un modo di stare male molto nobile e compiuto. Quando stai male e ti lasci stare male, peggio che puoi, perché così puoi sfogare tutto il dolore e prepararti il cuore pulito per tutte le cose belle che verranno.
    C’è un modo di stare male che invece non si sfoga, resta a metà. Vuoi aggrapparti ancora all’ultimo pezzettino di speranza perché sai che dopo questo stare male non ci sarà più niente. Quando ti tolgono l’ultima possibilità di essere felice non puoi nemmeno permetterti il lusso di starci veramente male. Devi centellinare le lacrime perché dovrai fartele bastare per il resto della vita.


  10. Di giornate, pensieri e spaghetti

    novembre 24, 2011 by Valentina

    Le giornate sono troppo lunghe quando non si ha nulla da fare e si devono tenere a bada i pensieri.
    Le giornate sono troppo lunghe, o forse sono i pensieri ad essere troppo lunghi, qualche volta.
    Pensieri lunghi come spaghetti, e nemmeno si attorcigliano alla forchetta: devi spezzarli se non ti vuoi strozzare.
    Succede che a volte i pensieri lunghi li vorresti anche spezzare, ma non ci riesci perché hai paura che facendolo non riusciresti a ridurli in pezzi regolari, precisi, così da poterli gestire e non rovinare. E allora ti limiti a stenderli sul tavolo, uno in fila all’altro. Li dipani dal groviglio in cui si sono avviluppati e provi a fare un po’ di ordine.
    Ci sono i pensieri gialli, quelli che sanno di promessa futura, di estate e sole, di abbracci caldi e sorrisi.
    Ci sono i pensieri blu, che sono un po’ tristi e malinconici, o forse hanno solo freddo.
    Ci sono quelli rossi, delle litigate fatte e di quelle represse, delle arrabbiature ingoiate e quelle esplose, dei baci morsi sulle labbra e di quelli che non sono ancora finiti.
    E poi ci sono i pensieri a strisce, che mischiano un po’ di dolcezza e un po’ di dolore, un po’ di speranza e un po’ di inquietudine, un po’ di gioia e un po’ di preoccupazione.
    Quando hai finito di stenderli tutti, ti accorgi che ci sono anche i pensieri neri, e sono quelli che fanno un nodo attorno a tutti gli altri, e li mischiano e li rendono confusi, e continui a seguirli in ogni curva e in ogni nodo per cercarne il capo e sciogliere tutto, mentre il tempo passa e scorre lento e ti sembra che non troverai mai la fine.
    E’ quando ti metti a seguire il nodo di questi pensieri neri che le giornate diventano ancora più lunghe: è un’attività che dilata il tempo e non produce soddisfazione, prolunga la noia e la disperazione e assorbe ogni energia.
    Allora quello che puoi fare è mettere via tutto, aspettare che sia mattina e ci sia più luce per vedere bene le cose. Puoi prendere un filo nuovo, bianco, e usarlo per creare un disegno nuovo, che abbia dentro un po’ di sole, il ricordo di un brivido di freddo e la promessa di un bacio. Oppure puoi perdere la pazienza e decidere che non importa, per una volta puoi anche provare a rovinare tutto. e prendere questi fili neri e tirarli con forza finché non si spezzano, o aiutarti con un paio di forbici, con i denti, con un coltello.
    Perché i pensieri lunghi, quelli che avvolgono le giornate di autunno in un groviglio che strozza la gola e stringe lo stomaco, sono quelli che faresti di tutto per mandarli via, e non sono nemmeno buoni per farci una sciarpa da tenersi al caldo la gola o un tessuto prezioso per ricoprirci un cuscino su cui riposare.
    E allora vedi bene che non serve prestare mille attenzioni? a volte i pensieri se sono troppo lunghi va bene anche spezzarli, anche sciuparli, anche sfilacciarli. Così da inutili diventano almeno innocui.
    Se riesci a spezzarli, i pensieri così lunghi smettono di sembrare serpenti o corde e diventano pagliuzze colorate, che fanno sorridere, e i pezzettini si mischiano come le pietruzze nel caleidoscopio e la paura cede il passo allo stupore.
    Ed è già ora di cena.

    Questo post è stato scritto a 4 mani con Millimetrica, che scioglie e riannoda pensieri come fossero trecce di principesse