La prima persona che mi ha chiamata mamma

La prima persona che mi ha chiamata mamma non è stata mia figlia. In un reparto pieno di suoni elettronici e allarmi la prima persona a chiamarmi mamma è l’infermiera che mi accompagna al box in cui finalmente ho rivisto mia figlia.
Buongiorno mamma. Buonanotte mamma. Riposati mamma, ci vediamo fra tre ore.

Stavo sdraiata nel letto improvvisamente vuoto e immenso e freddo dopo un’unica notte meravigliosa, di amore infinito e puro: la mia bimba era nata alle 20.24, ha dormito tra le mie braccia mentre io che ero spossata dal lunghissimo travaglio e dal parto non riuscivo a chiudere gli occhi per riposare, riuscivo solo a guardarla, la sua boccuccia minuscola, i suoi respiri teneri contati uno a uno come miracoli fino all’alba.
“Questa bimba scotta, chiamiamo il pediatra per sicurezza”. Poi non lo so, l’hanno portata su. Ma non sapevo dove fosse quel “su”. Sapevo solo che prima era lì con me e adesso mi mancava di una mancanza di quelle che ti fanno impazzire. “Non ti preoccupare, la tengono qui, è un buon segno. Se fosse stato qualcosa di grave l’avrebbero trasferita in un altro ospedale”, quindi va bene, va tutto bene, ma ora ditemi perché non è con me, e ditemi come faccio ad andare su, dov’è quel su dove l’avete portata.

Tre chili e cinquecentoquaranta grammi. In mezzo ai piccolini nati prematuri lei, partorita naturalmente a 39+5, sembrava un gigante. Le infermiere la chiamavano “la cicciottella del box 3”. Era sempre bellissima.
Di notte i corridoi dell’ospedale sono illuminati solo dalle luci di sicurezza. Devo uscire dal reparto, prendere l’ascensore, andare su. Attraversare la sala d’attesa di pediatria fino al citofono, suonare, entrare nel vestibolo dove trovo il camice, i calzari e il disinfettante. Di giorno è peggio, con gli ambulatori aperti e le persone in attesa, io in camicia da notte e vestaglia, spesso le lacrime agli occhi.
Ogni tre ore salire, passare a vederla, non sapere come la trovo. È un reparto in cui nessuno può sbilanciarsi. Non sanno cos’ha, troppo piccola per fare accertamenti approfonditi, non sanno quando migliorerà. Un giorno la trovo fuori dalla culla termica. Riesco a cambiarle il pannolino facendo lo slalom tra i fili e tubicini che la collegano a tutte le macchine che ha intorno, ma almeno ho le mani libere, cambiare il pannolino quando è dentro è molto più difficile, bisogna infilare le mani in due buchi tondi o nello sportellino laterale. La volta dopo salgo e la trovo piena di tubi, desatura, ha avuto una crisi respiratoria, ora va meglio. Non si sa. Il quadro cambia in fretta, in bene e in male, non si sa nulla. È un reparto in cui non si fanno previsioni.

Poi è di nuovo il momento di tirare il latte. Brava mamma. Ma non c’è nulla. Mamma va benissimo, anche solo poche gocce, poi aggiungiamo noi un po’ di formula. Brava mamma. Insisti mamma. Sei una brava mamma.

Guardo fuori dalla finestra, il latte è arrivato, ho male ovunque, fuori è già dicembre. Ogni tre ore andare su, tornare giù, non so più se è giorno, notte, fuori è già dicembre e le cinque del mattino sono uguali alle cinque del pomeriggio. Guardo fuori dalla finestra, perdo sangue e perdo latte e piango. Bevo quattro litri di acqua al giorno.
“Hai bisogno di qualcuno, ti chiamo un’infermiera?”
Sentire piangere tutti i bambini del reparto, giorno e notte, in questi giorni e notti che non si distinguono tra loro, ognuno ne contiene quattro composti da un ciclo di tre ore sempre uguale. Piangono tutti e a ogni vagito mi sale la montata. E se piange lei, chi la consola? E se lei piange io non sono nemmeno lì a sentirla. Io non so come sia il suo pianto. Io, che sono la sua mamma.
Poi un giorno salgo e mentre mi sto disinfettando prima di entrare la sento. Non so come faccio a essere davvero così sicura, ma sento un pianto e so che è lei. E per la prima volta paradossalmente sono sollevata, e so che allora sono davvero mamma.

Un ricovero inaspettato. “La tua bambina sta bene, è forte”, diceva l’ostetrica guardando il monitor durante il parto. Poi siamo finite qui. Ci sono bambini e famiglie che restano qui poche ore, altri che restano qui per settimane e giorni che contano uno a uno, respiri contati uno a uno, gocce di latte contate una a una, grammi presi e persi, ritmi scanditi dalle linee colorate sui monitor e dai suoni e dagli allarmi che si impara a conoscere e quasi diventano un conforto. E sulla lunga distanza questa permanenza viene ridimensionata, certo. Ma mentre sono lì riesco solo a pensare che è un giorno, ma è il suo primo, unico, giorno. Due giorni, ma i soli due giorni che lei abbia conosciuto. Una settimana, ma è la sua unica settimana vissuta e la sta vivendo così. Otto giorni, e siamo fuori. Finalmente. Con la sensazione di avere tutto da recuperare.

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Questo post mi girava in testa da molto tempo, non sapevo se pubblicarlo o meno. Lo pubblico oggi perché è la giornata mondiale della prematurità, e il mio pensiero va a tutte quelle mamme e quei bimbi e quei papà con cui abbiamo condiviso l’esperienza di quel reparto e di una partenza in salita. Il latte materno è indispensabile per questi piccoli guerrieri: non favorisce semplicemente il loro sviluppo e la loro crescita ma aumenta proprio le loro possibilità di sopravvivenza. Purtroppo non tutte le loro mamme riescono a produrre subito il latte necessario: per questo sono importantissime le Banche del Latte Umano Donato. Qui trovate tutte le informazioni sul loro ruolo fondamentale, su come fare a donare il latte (o sostenerle economicamente), sull’importanza del latte materno e del sostegno all’allattamento.

3 Comments on La prima persona che mi ha chiamata mamma

  1. Così, un abbraccio da me.

  2. SilviaKerkent // 17 novembre 2017 a 16:24 // Rispondi

    non ho parole…

  3. Che bella testimonianza. Hai fatto bene a scrivere questo pezzo un bel messaggio di speranza vista la bellezza della tua bambina alla soglia dell’anno. Hai passato momenti duri ma sei qui a raccontarlo con un po’ di tristezza ma anche tanta energia, un abbraccio,

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