Kingsbridge e la teoria dello stagno

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Mi piacciono molto i modi di dire, soprattutto se sono legati agli animali.
Uno dei miei preferiti al momento è quello tipico inglese per cui quando uno sta bene in una situazione si dice che stia come un rospo nel suo stagno.
Mi piace perché ho una simpatia innata verso i rospi: all’aspetto rugosi e verrucosi, sappiamo che in realtà nascondono principi pronti a trasformarsi al primo bacio. E se li lecchi sono lisergici. E non escludo che la trasformazione in principe conseguente al bacio e questa loro caratteristica siano del tutto scollegate.
E poi mi piace questo senso di ambivalenza per cui lo stagno è il posto più scomodo del mondo in cui stare: umido, mefitico, infestato di zanzare. Eppure se sei un rospo lo stagno è il posto perfetto per te, quello che per chiunque altro è un posto orrido per te può rappresentare il massimo della desiderabilità.
Noi siamo tutti un po’ rospi quando ci adagiamo nelle situazioni. Anzi, a volte è lo stagno di sentimenti e sensazioni in cui ci crogioliamo che ci fa diventare un po’ rospi: ci adeguiamo e ci modifichiamo finché non arriviamo a essere perfettamente a nostro agio in quella pozza. Una versione naturalistica dell’arredare il tunnel invece di uscirne, non so se avete presente.
Però poi succedono delle cose (perché succedono sempre delle cose). Facciamo finta che l’acqua dello stagno sia in realtà il nostro modo di vivere, la nostra casa, i nostri orari, il nostro trantran. Il fondo dello stagno è fatto invece di sabbia e strati vari di detriti che si sono accumulati nel tempo: esperienze, persone, sentimenti, delusioni, speranze. Sta tutto lì, in basso, a fondamento dell’ecosistema della nostra pozza in cui stiamo tanto bene. Per anni. Non ci accorgiamo di niente. Trascorriamo il tempo a cacciare libellule sulla superficie, zompettando di ninfea in ninfea. Ma sotto, al buio, sul fondo, la chimica lavora. Ed ecco che un bel giorno gli strati combinati di sabbia e detriti iniziano a reagire tra loro, e decomponendosi e mischiandosi iniziano a fermentare. Senza nessuna ragione apparente: tornano a galla ricordi, e con i ricordi le emozioni che pensavamo di aver superato e messo via. E tutto il nostro stagno è in subbuglio, è tutto un ribollire e galleggiare, e arriva il momento in cui ci rendiamo conto che così non si può, così è invivibile: arriva il momento di saltare fuori dalla nostra pozza e tornare a confrontarci col mondo.
Ecco.
A quel punto possiamo decidere se trasferirci nella pozza accanto, o cercarne una più grande e più fanghigliosa. O addirittura possiamo provare a smettere di essere rospi e trasformarci magari in altre bestie, oppure provare a recuperare quello che ci rende umani.
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2 Comments on Kingsbridge e la teoria dello stagno

  1. Tu devi passare la vita a scrivere. mi raccomando!

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