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‘lettere d’amore’ Category

  1. We can burn brighter than the sun

    marzo 21, 2012 by Valentina


    Non è andata così. Vogliamo raccontarci che sia stato un inizio semplice, come nei film: lui guarda lei, lei guarda lui, era già tutto deciso. E’ andata esattamente così. Proprio come nei film: lui guarda lei, lei guarda lui. E improvvisamente non c’erano più decisioni da prendere né decisioni già prese. Come essersi appena svegliati, come essere appena nati, buttati improvvisamente nel mondo e in una storia. L’inizio perfetto che ha dato seguito a uno sviluppo molto meno che perfetto. L’improvvisa energia, le possibilità mai pensate, le corse di notte, i silenzi forzati, le esplosioni nelle orecchie e gli occhi chiusi di spavento e gioia, estasi, stanchezza, troppa luce, troppa fiducia, troppo presto. Presto, domani. No, prima.
    Senza mai nemmeno una tregua, nemmeno solo per chiedersi scusa.

    Le stelle bruciano per milioni di anni e per noi continuano a brillare anche quando sono morte.


  2. Lettera d’amore 1126

    dicembre 6, 2011 by Valentina

    C’è un modo di stare male molto nobile e compiuto. Quando stai male e ti lasci stare male, peggio che puoi, perché così puoi sfogare tutto il dolore e prepararti il cuore pulito per tutte le cose belle che verranno.
    C’è un modo di stare male che invece non si sfoga, resta a metà. Vuoi aggrapparti ancora all’ultimo pezzettino di speranza perché sai che dopo questo stare male non ci sarà più niente. Quando ti tolgono l’ultima possibilità di essere felice non puoi nemmeno permetterti il lusso di starci veramente male. Devi centellinare le lacrime perché dovrai fartele bastare per il resto della vita.


  3. There’s No Way I Could Win Against You

    ottobre 27, 2011 by Valentina

    E alla fine ce l’hai fatta. Sei riuscito ad innamorarti. Hai trovato il posto per le tue parole e per le tue braccia. Quel posto che cercavi così disperatamente quando mi gridavi “scegli me” e quando mi facevi male al telefono per darmi  la forma giusta ad accogliere i tuoi pensieri. Quando mi accusavi di preferire la letteratura alle persone. Quando mi stringevi il cuore dicendomi che no, non mi avresti inseguito, se fossi scappata avrei perso tutto, braccia e parole e sospiri. Quei sospiri lunghi mentre camminavi. E camminando e sospirando alla fine sei riuscito a trovare il posto giusto, il posto che cercavi. Io resto qui. Io volevo solo aspettare. Io non mi potevo innamorare. E allora stavo ferma, e tu non l’hai capito ma stare fermi non è scappare, è molto peggio. E alla fine ti sei innamorato, per fortuna, di qualcuno che non  è me, e facevo bene allora a stare immobile e in silenzio, lo vedi? Ti sei innamorato di qualcuno che ha voglia di camminare. Io resto ferma, resto qui. Io sono innamorata della mia infinita attesa. Non so più camminare.


  4. Le parole di gesso

    luglio 11, 2011 by Valentina

    Mi si e’ avvicinato una sera sull’erba e mi ha detto che aveva delle parole in tasca per me.
    Io mi sono incuriosita e l’ho seguito, mi ha detto di seguirlo se volevo vedere le sue parole. Abbiamo camminato finche’ non e’ finita l’erba e siamo arrivati qui, sul marciapiede. Io lo guardavo con sospetto: “allora, queste parole?” gli ho chiesto. E lui ha tirato fuori dalla tasca del cappotto dei gessetti colorati. Io non sapevo cosa dire, e mi sono limitata a guardare. Lui sorrideva e mi guardava come un pazzo, mi guardava velocissimo e ferocissimo mentre si inginocchiava ai miei piedi e spargeva i gessetti sull’asfalto. “Non piegare la testa” mi ha detto, e io subito mi sono raddrizzata, anche se la curiosita’ di seguire i suoi gesti precisi e ampi tornava a piegarmi il collo di lato senza che potessi resistere.
    E cosi’ siamo rimasti sul marciapiede per quasi un mese, io in piedi a lottare contro il mio collo molle e curioso, e lui in ginocchio a tracciare segni di gesso colorato. Aveva gli occhi enormi e affamati, e saltava dai miei occhi al disegno che man mano prendeva forma. E piu’ i gessetti si consumavano su quell’immagine di madonna che non riuscivo a capire quanto mi somigliasse piu’ i suoi occhi si innamoravano del marciapiede e mi lasciavano da sola, in piedi, a tener su la testa e prendere i complimenti e gli spicci dai passanti.
    “La ama tanto” mi ha detto una sera un ragazzo, “la ama cosi’ tanto che l’ha trasformata in una madonna”. E io annuivo, e annuendo avevo la scusa per sbirciare il disegno, e rimettermi subito in posa anche se ormai i suoi occhi erano tutti per l’asfalto colorato.
    “La ama tanto” mi ha detto la mattina dopo lo stesso ragazzo ripassando vicino.
    “La ama tanto, la sua madonna sul marciapiede” ha aggiunto.
    Allora mi sono inginocchiata accanto a lui, ho preso la sua mano sporca di tutti i colori e gli ho baciato la punta delle dita, rovinate dal grattare l’asfalto con i moncherini di gesso rimasti.
    “E’ un disegno bellissimo, ma non sono io”. E lui zitto ha fatto di si’ con la testa, e poi di no, e poi il disegno ha iniziato a rovinarsi a piccoli cerchi dove cadevano le lacrime e io mi sono rialzata. La polvere di gesso giallo e blu si mescolava nell’acqua che gli pioveva lungo le guance e la barba, e diventava verde e sembrava tornare a essere assorbita dall’asfalto granuloso, e non restava piu’ nessun colore, solo il grigio scuro del marciapiede. Ogni lacrima faceva un buco, e sembrava una madonna crivellata da una mitraglia quella stesa sul marciapiede.
    L’ha cancellata tutta con le lacrime, mentre io mi allontanavo piano, guardandolo. Ci ha messo ventiquattro minuti e credo sedici secondi se ho ben contato.
    La mattina dopo sono tornata a cercarlo. Stava stendendo il suo cappotto per terra mentre con la mano teneva quella di una ragazza bella come una madonna, e la aiutava ad attraversare una pozzanghera sul marciapiede.


  5. Il cielo stellato sopra di me

    giugno 19, 2011 by Valentina

    Mi piacciono gli uomini a stella.

    Quelli fatti a stella disegnata, con le punte un po’ storte e gli incroci nella pancia come la sigla dei terroristi bambini.

    Quelli fatti a stella di mare, che si spiaggiano sul divano e russano e io li stuzzico con un legnetto finche’ ricominciano a muoversi. Per tranquillita’.

    Poi ci sono gli uomini fatti a stella di natale, come le piante, che pensi tutto quel rosso e’ il fiore e invece sono foglie. Solo belli da guardare.

    Mi sono innamorata di un uomo stella polare. Mi indica la via, ogni volta che mi perdo. E’ li’ fisso, che mi guarda e mi protegge. E io lo seguo con fiducia, senza raggiungerlo mai.

    Ho incontrato un uomo fatto a stella cometa, e infatti era presagio di sfortune. Ma siamo tutti capaci a interpretarli bene i presagi col senno di poi.

    E poi ci sono gli uomini a stella cadente. Che li vedi e esprimi un desiderio. Ma non si avvera mai perche’ ne hai parlato con qualcuno.

    E poi gli uomini a stella alpina (specie protetta), quelli sono bellissimi. Stanno li’ grigi grigetti in mezzo alle rocce e quasi non li vedi. Poi ti sdrai, prendi fiato, su quella montagna a cui ti concedi di appartenere solo ad anni alterni. E contro il cielo blu e l’aria sottile li vedi. E ti appartieni.

     

     


  6. Lettera d’amore n.1092

    giugno 12, 2011 by Valentina

    Vorrei farti mille domande. Mi trovi bella? Mi vuoi bene? Io ti trovo bellissimo, e ti voglio bene. Ma non devi farlo per forza anche tu, in cambio, non ci si scambia la bellezza o il bene da volersi, e’ solo che sono curiosa e per non essere invadente non ti chiederei nulla di te. Solo dimmi qualcosa di me che mi faccia stare bene. Oppure, meglio ancora, dimmi di me cosa ti fa stare bene.

    E dopo abbasso gli occhi, magari giro il viso, come quando ridi dicendomi di non ridere.

    Vorrei farti mille domande, ma poi dici che vuoi portarmi via e io subito penso “in un posto dove non cresce l’addio” mentre faccio sisi’ con la testa contro il tuo orecchio, e non dico niente, e faccio dei sorrisi oltre la tua spalla che restano li’, senza che nessuno li veda.

    E dopo alzo gli occhi, e tu giri il viso, e dopo rido e mi dici “non ridere” mentre mi respiri i capelli.

    E rido mentre vorrei domandarti se lo sai che la cosa piu’ bella del primo bacio e’ non sapere se ce ne sara’ un secondo. E con questa domanda incarto e impacchetto tutte le altre novecentonovantanove, metto il pacchettino sotto un albero, e dopo il millesimo bacio ti daro’ una mappa disegnata su un tovagliolo di carta per ritrovare tutte le domande che non ti ho fatto. Se le vorrai ancora.


  7. Lettera d’amore n.1089

    giugno 7, 2011 by Valentina

    Quando mi dicevi “e’ difficile”.
    Oppure mi dicevi “fidati di me”.
    Ogni volta che mi dicevi “andra’ tutto bene”.

    Io capivo sempre “ti amo”.

    La volta che mi hai detto “ti amo”.
    Ho capito che potevo fidarmi di te, che anche se e’ difficile andra’ tutto bene.


  8. La fine dell’adolescenza

    maggio 12, 2011 by Valentina

    Eravamo belli.
    Belli e cosi’ seri, come se dipendesse da noi salvare il mondo quando non eravamo nemmeno in grado di salvare noi stessi.
    Ci vivevamo addosso uno all’altro, dormivamo in due in letti troppo piccoli, ricalcavamo a vicenda i nostri modi di dire, gli atteggiamenti, la postura, le pause nei discorsi. Mescolavamo le nostre identita’ per essere piu’ forti di fronte al mondo.
    Imparavamo insieme il gusto del disprezzo e della rivalsa. I piu’ poveri nel nostro giro di agiatissimi coetanei, i piu’ giovani nel nostri giro di colleghi. Consideravamo stupido l’atteggiamento ironico di chi non aveva da pagare un affitto o le tasse all’universita’ perche’ ci potevano pensare i genitori. Noi non eravamo ironici, ci prendevamo tremendamente sul serio. E bollavamo come velleitari i colleghi piu’ vecchi che si lamentavano disincantati, si lamentavano perennemente, si lamentavano di tutto.
    Passavamo le ore ai nostri stumenti, ad esercitarci, come se da la’ passasse l’unica possibilita’ di rendere il mondo un posto piu’ giusto. Io lavoravo tutte le sere in teatro per pagarmi il pianoforte a coda acquistato di seconda mano. Dormivamo al pomeriggio abbracciati stretti, anche quando faceva caldo. Studiavamo nei ritagli di tempo materie umanistiche, quando la musica ci lasciava energie e spazio. Frequentavamo le ricche case borghesi del centro di Milano, e ne uscivamo sputando disprezzo e sdegno. Avevamo sete di rivalsa. Lottavamo ogni giorno contro i nostri strumenti per prenderci per merito l’appartenenza all’elite, per entrare nella scuola migliore, nella masterclass migliore, col maestro migliore. Alla fine di ogni concerto seguiva un’analisi attenta di tutti gli errori e passi falsi. Non festeggiavamo mai. L’insoddisfazione e la rabbia erano la nostra bandiera, il nostro pane, il nostro dio. Non ci concedevamo quasi nulla, a parte quelle serate a ballare e bere e ingurgitare ogni droga che ci capitasse a tiro, ecstasy, cocaina, acidi, per finire all’alba in qualche appartamento sconosciuto a rotolarci nel vomito, nostro o altrui, e svegliarci al crepuscolo pieni di schifo per noi stessi, per la chimica, per il mondo, per il tempo perso.
    La ginnastica allo stumento era l’unica cosa in grado di salvarci, pensavamo. E la dialettica che affilavamo in interminabili discussioni. E la conoscenza di materie inutili, la storia delle elezioni pontificie, la paleografia musicale, gli ascolti compulsivi della filodiffusione e le gare di expertise nel riconoscere per primi l’autore o l’interprete di quello che passava.
    Trascorrevamo le sere a fumare e discutere con i colleghi piu’ vecchi dell’immensa inutilita’ dell’immenso tutto. Eppure continuavamo ostinatamente a credere che noi ci saremmo salvati. Se fossimo rimasti insieme, se fossimo rimasti uniti. E diventavamo sempre piu’ uguali e sempre piu’ rancorosi. Odiavamo gli amici per tutto quello che a noi era negato e ci buttavamo avidamente sul poco che avevamo per provare a costruire da li’ un mondo piu’ giusto.
    Ma non ci siamo salvati. Io ero sempre piu’ insofferente alla disciplina, lui sempre meno fantasioso e libero. Ci consumavamo in silenzi eterni, e per fortuna ancora reggeva la scusa della musica. Io odiavo il suo dover programmare tutto al dettaglio, la sua stanchezza esistenziale, la sua mancanza di entusiasmo. Lui odiava la mia bravura, il mio talento regalato per natura e non costruito con fatica a tavolino. Lo so perche’ mi guardava con disprezzo quando ai concorsi la commissione si soffermava sempre ad elogiare l’equilibrio e il canto del mio pianoforte prima di fare qualche appunto sulla necessita’ che migliorasse l’intonazione del suo violino.
    Ma non importava niente, finche’ stavamo uniti. Finche’ non abbiamo potuto piu’ stare uniti: eravamo la fotocopia uno dell’altro, avevamo mescolato le nostre identita’ fino a confonderle e perderle definitivamente. Non avevamo nessun obiettivo comune se non quello di salvarci, ma non ci saremmo salvati.
    Non ci siamo salvati, ma siamo ancora vivi.
    E dopo tutto questo tempo posso finalmente dirti che non mi manchi piu’.


  9. Lettera d’amore 1067

    aprile 1, 2011 by Valentina

    Resto sveglia fino a tardi per sentire cantare i pavoni.
    Stanno nel vivaio qui vicino, al tramonto volano su un grande albero tutti insieme. Ci vanno per dormire, immagino. Tempo fa avevo l’abitudine verso sera di passeggiare fino al vivaio per vederli spiccare il breve volo e  provare a capire in base a quali schemi andassero a occupare i rami. Nella luce bassa sembravano frutti grassi e pesanti sui rami spogli, adornati solo dalle prime gemme.
    Poi sono cresciuta, e non ho piu’ avuto il tempo di andarli a guardare. Ma aspetto quest’ora tarda della notte, quando si svegliano e iniziano a cantare.

    Il canto dei pavoni e’ un urlo potente e sgraziato. Li ascolto sgolarsi mentre li immagino planare dall’albero nella corte del vivaio, e mi addormento con le loro grida strazianti e penso che se fossi un pavone anche io ti chiamerei cosi’ come fanno loro. E mentre mi addormento penso che forse stanno gridando proprio il tuo nome per me che non posso, e che piangono forte perche’ sanno che non ci puoi sentire.

     

     

     

    l’eccellente consulenza musicale postuma e’ gentilmente offerta da Chiara, che non voleva leggere il post e pensava di punirmi cosi’, mentre invece non posso che volerle ancora piu’ bene.