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‘dizionario dei giorni disperati’ Category

  1. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla R alla V)

    marzo 19, 2011 by Valentina

    Un ritornello ben riuscito e’ quello che non ti stancheresti mai di ascoltare. Un ritornello e’ ben riuscito quando ascolti la strofa gia’ godendo di quello che sai che presto arrivera’. Ovviamente un ritornello ben riuscito e’ quello che ti rimane in testa, che canticchi in ascensore, quello che all’improvviso ti torna alla memoria e magari fai un po’ di fatica a ricordare il titolo della canzone, ma le note di quel ritornello no, quelle suonano spontanee in mezzo alle idee e se le portano via lasciandoti li’ come un cretino a fischiettare e cercare di ricordarti chi la cantava, come andava avanti.
    Io a volte resto a bocca mezza aperta, i pensieri spazzati via da un ricordo improvviso e cosi’ vivo da non lasciare spazio a nient’altro. E so che sei tu, che erano le tue parole, le tue labbra, e so bene come non va avanti. Sei il mio ritornello che non ritorna, il piu’ riuscito, quello che mi suona in testa costantemente e di cui non riesco a liberarmi.

    Parlavamo, seduti fianco a fianco. Ridevamo con le persone attorno, si scherzava, si raccontavano storie,  si barattavano sorrisi. Il tuo ginocchio sfiorava appena il mio. A volte mi sporgevo per ascoltare meglio la discussione, pretesto per il tocco brevissimo fra le nostre mani. Usavamo tutta la delicatezza possibile alla sensibilita’ di chi ci stava intorno perche’ non trapelasse la nostra esigenza di stare soli. Con la stessa delicatezza ci sfioravamo appena, tutta la violenza delle nostre necessita’ rivolta solo all’interno. Tanto piu’ nascosto e leggero il contatto tanto piu’ bruciante e disperato il dolore. Non mi sei mai mancato tanto come quando mi stavi accanto.

    Non ti vedro’ mai diventare noioso e pesante, ripetitivo nelle tue ossessioni e nelle tue idiosincrasie. Non mi vedrai mai diventare dura, intransigente e fredda come so diventare quando si affrontano le situazioni di tensione. Ci lasceremo scorrere via, uno addosso all’altro, finche’ avremo abbastanza pelle per farlo. E poi sara’ con altri che condivideremo le responsabilita’ di abitare un mondo molto meno che perfetto. Sara’ con altri che affronteremo la vita per come viene. Non abbiamo bisogno di dirlo ad alta voce, sapevamo che sarebbe stato cosi’ da prima di parlarci. Il nostro incontro e’ stato una festa in onore all’abbandono. Ogni bacio e’ un tacito bacio d’addio.

    Non esiste una cosa uguale ad un’altra. Solo cose molto simili. Come le gocce d’acqua, o i trifogli. Sembrano tutti uguali, ma ognuno ha qualche dettaglio che lo differenzia dagli altri. O quando mi dici che ogni tramonto e’ unico e speciale e io mi arrabbio. Non e’ vero, e’ solo il sole che ogni sera scende e se ne va. Non importa la nuvoletta rosa o il mare che si colora o la pioggia in citta’ che diventa scura in fretta o le fette di nebbia tagliate da lame dorate. Sono solo le nostre ombre che si allungano, tutte le sere. Cambiano i dettagli: per i tramonti e per i trifogli. Quindi smettila di dirmi che io e te siamo proprio uguali. Non e’ vero. Non siamo speciali. Non siamo tramonti, non siamo niente, siamo solo noi.

     

    Ho smesso di dormire il giorno in cui ti sei innamorato di me. Era tutto talmente nuovo e talmente urgente che dormire sembrava uno spreco di tempo. Stavo sveglia a contare i tuoi respiri, ad aspettare le tue parole, a controllare le mie rughe. Avevi bisogno di raccontarmi tutto e di sentirmi ridere. Io non avevo piu’ bisogno di dormire, e avevo il terrore di confondermi e mettermi a sognare. Stavo sveglia, a cercare di capire cosa stesse succedendo. Il giorno che ti sei innamorato di me non me ne sono accorta, ho solo smesso di dormire. E’ per questo che sono sicura di essermi innamorata di te una notte.

     


  2. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla M alla Q)

    marzo 7, 2011 by Valentina

    Guardavo le curve dei nostri corpi incastrarsi nella penombra, le ginocchia intrecciate, le spalle contro i colli, le braccia attorno ai lombi. Pensavo alla forchetta che gira e schiaccia il burro fino ad ammorbidirlo e farlo fondere con lo zucchero, e pensavo che e’ impossibile poi separarli di nuovo. E credevo che lo stesso fosse per noi. E quando ti sei alzato e sei andato nell’altra stanza, e ti sei vestito e sei uscito dalla mia casa, e sei partito e sei tornato a centomila chilometri lontano da qui, sono rimasta stesa a domandarmi se in origine io fossi il burro o lo zucchero, e come avrei mai fatto a ritornare pura.

    Le piccole cose che odi di me: il mio disordine, il fatto che permetta ai miei gatti di salire sul letto e sul lavandino, il modo infantile che ho di tentare sempre di passare per la vittima. Le piccole cose che odio di te non le so elencare, sono talmente insignificanti, non sono niente. Le piccole cose che ami di me: quando rido al telefono, il sorriso che ho quando ti incontro nel parcheggio, quando dico una cosa buffa o sciocca in modo molto serio. Le piccole cose che amo di te davvero non le so dire. Sono un nonnulla. Sono tutto.

    Tutte le cose lucide le buttiamo via. Tutte le cose che riflettono e brillano e specchiano le buttiamo via. Teniamo solo le cose opache, la foschia, le superfici ruvide e ostiche. Non ci piacciono i marmi, preferiamo il legno. Non ci piacciono i diamanti, preferiamo la lana. Non ci interessano i vetri, a noi piace baciarci dietro le persiane chiuse.

    Lo snodo in cui il gesto si trasforma in suono. Il punto di equilibrio tra le piccole leve delle dita e della meccanica della tastiera da un lato, e le grandi leve e il peso del corpo dall’altro. Noi pianisti prestiamo la massima attenzione all’azione del polso. Tu invece eri solo interessato a sentirci battere il mio cuore, con le tue dita lo stringevi delicatamente: tu-tum, tu-tum, tu-tum. Fino al giorno in cui l’hai afferrato con rabbia, lasciandomi due lividi tondi e scuri mentre provavi a farmi voltare e guardarti in faccia. Tu-tum tu-tum tu- e si e’ fermato per un attimo, il mio polso, quando l’hai lasciato e ti sei voltato e non sei tornato piu’. E adesso ha ricominciato a scandire il ritmo sulla tastiera, un valzer trisillabo mentre chiama il tuo nome: tu-ttu-tum, tu-ttu-tum…

    Ci sono tante cose di cui non parliamo, nel nostro patto mai enunciato di non farsi domande scomode. A volte vediamo germogliare certi strani punti di domanda nei silenzi al telefono, nelle pause dell’amore. Li osserviamo come se fossero incomprensibili misteri della natura, come galassie lontane o  affascinanti insetti multicolori. Non li nominiamo, li lasciamo vibrare un momento nell’aria davanti ai nostri visi, e cerchiamo di dimenticarli con fenomeni ancora piu’ stupefacenti, come i baci o le parole inventate o le canzoni.

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    Dizionari collegati

    Dizionario dei Giorni Felici (Nemo)

    Dizionario dei Giorni Normali (Yellow Letters)

    Dizionario delle Notti Smarrite (la Sposa in Nero)


  3. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla F alla L)

    febbraio 21, 2011 by Valentina

    Ho aperto il dizionario dei giorni disperati per trovare un sinonimo del mio essere vuota e leggera. Pensavo di essere come una lanterna di carta di riso, di quelle che volano nelle notti d’oriente portando in alto i desideri. Lo pensavo perche’ non riesco a contenere altro che quel poco di calore e luce che mi servono a sopravvivere per i prossimi metri. La mia incapacita’ di trattenere qualunque pensiero piu’ a lungo di qualche minuto pensavo fosse dovuta alla mia distrazione, alla mia stupidita’. Invece sono solo rotta. A pezzi. Come una scodella caduta a terra e andata in cocci. E puoi provare a riattaccare i lembi, continuera’ a perdere il latte dalle crepe. E puoi provare a confondere ancora frivolezza e fragilita’.

    Camminavamo al sole e i cani ci facevano le feste. Io raccoglievo la ghiaia dall’argine del fiume. Tu non volevi che la portassi a casa, ma a me sembrava preziosa: ogni pietra simile alle altre ma con quella particolare venatura, quel particolare colore, quella piccolo unico affossamento sulla cima. E pensavo a quanta acqua ci fosse voluta per rendere ognuna di quelle pietre cosi’ perfettamente tonda e liscia, e le infilavo in tasca mentre senza pensarci le macinavamo con le suole di gomma delle nostre scarpe. I cani ci facevano le feste, c’era il sole, e tu mi mettevi le mani nelle tasche ridendo e ributtavi a terra i ciottoli che avevo scelto.

    Di tutte le parole che mi hai detto ne scelgo solo una da tenere sempre con me. Quando hai risposto al telefono la prima volta che ti ho chiamato e hai detto “Hhh… ciao”. Ecco. Di tutte le parole che mi hai detto quell’ Hhh prima di parlare davvero e’ stata la piu’ grande dichiarazione del tuo amore. Ho visto le tue labbra aprirsi come come se volessi bere la mia voce dall’altro capo del filo. Ho immaginato l’aria che ti passava tra i denti e poi ti asciugava il palato e ogni senso che si risvegliava solo al mio nome che lampeggiava sullo schermo. Quando mi hai detto “Hhh” al telefono quella volta mi hai detto che volevi bermi, mangiarmi, respirarmi, mi hai detto che volevi che entrassi in te per rimanere dentro di te, parte di te, per sempre. Prima che il cervello riprendesse il controllo ed elaborasse un saluto mi avevi gia’ detto tutto. Le cose piu’ importanti me le hai dette quando non erano ancora state inventate le parole.

    Ci sono parole che hanno il suono tanto bello quanto e’ crudele il loro significato. Il dizionario dei giorni disperati ne e’ pieno. Illudere inizia come un sipario che si apre sulla lingua che ribatte le elle mentre la u prende la forma di un bacio, e poi le labbra si stirano a lato come in un sorriso amaro per completare la parola. Hai messo in scena il tuo spettacolo di meraviglie, io ho creduto ad ogni mossa delle tue labbra, non volevo credere al finale, non potevo credere che stessi ridendo. Non volevo credere che stesse finendo.

    Il tempo cura ogni cosa. E’ il medico migliore. Il tempo ha un bisturi affilato e non usa anestesia. Seziona, taglia, apre. Ti mostra il dolore in ogni sua angolazione, in tutta la sua profondita’, ne analizza colore e consistenza prima di scavare piu’ a fondo. Te lo spiega, te lo racconta, fin quando non lo impari a conoscere bene, come se fosse un oggetto separato da te con cui avere una quotidiana familiarita’, come il vuotatasche all’ingresso di casa dei tuoi o il pomello della porta dell’ufficio. Conti i giorni, i mesi, guardi le lancette girare. Ma in realta’ stai contemplando il tuo dolore, come si trasforma, come scorre lento, come e’ ciclico e senza fine. Il tempo ti guarisce quando diventa esso stesso il tuo dolore. E prima o poi chiederai per errore ad uno sconosciuto “che ore siamo?”

    Dizionario dei Giorni Disperati dalla A alla E

    Altri Dizionari collegati:

    Dizionario dei Giorni Felici (Nemo)

    Dizionario dei Giorni Normali (YellowLetters)


  4. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla A alla E)

    febbraio 15, 2011 by Valentina

    A volte leggo cose talmente belle che vorrei averle scritte io. Altre volte invece leggo cose cosi’ belle che mi viene voglia di mettermi a scrivere subito. Se invece succedono entrambe queste cose contemporaneamente e’ perche’ molto probabilmente sto leggendo Nemo.

    Nemo sta compilando il Dizionario dei Giorni Felici. La prima parte, dalla A alla E si puo’ leggere qui. A me il suo dizionario sta piacendo cosi’ tanto che gli ho chiesto il favore di lasciarmi comporre un contraltare. Il mio sara’ il Dizionario dei Giorni Disperati. Inizia qui.

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    Gli amici mi chiamavano ogni sera. Per una cena, una birra, un concerto, una chiacchera. E io andavo, ben contenta di portare un po’ a spasso il mio golfino pulito e la mia faccia allegra. Ero allegra, davvero. Sempre pronta ad uscire, a saltare su un altro tram, a ordinare un altro giro. Allegra e piena di parole, piena di sorrisi, le pacche sulle spalle, i baci su ogni guancia. Non mi restava altro che essere allegra dopo che avevi portato via la mia quiete serena. Non potevo che essere allegra dal momento in cui non sapevo piu’ come essere felice.

    Ti ricordi quella notte che stavamo leggendoci ad alta voce i giornali della settimana prima, quando e’ mancata la luce all’improvviso in tutto il quartiere? Ho trovato a tentoni una candela, tu l’hai accesa e fissata al collo della bottiglia. Abbiamo smesso di leggere e parlare, abbiamo guardato la fiamma finche’ ci e’ venuta voglia di dormire. E quando mi sono svegliata ho visto che la cera era colata sul pavimento, ed e’ stato difficile grattarla via. E tu avevi gia’ iniziato a mentirmi, e io credevo che il mio piu’ grande problema fosse togliere alla perfezione l’alone dal pavimento.

    Potresti avere cento occhi e mille bocche e un milione di mani, ettari e ettari di pelle stesa come colline e pianure e ancora non mi basteresti mai. Passo la mia mano sulla tua guancia lentamente. Accarezzo ogni cellula, il suo citoscheletro e i mitocondri e il tessuto endoplasmatico e il nucleo e ogni elica di dna che ti rende la meraviglia che sei, ogni molecola, ogni atomo di te, e capisci?, gia’ cosi’ mi ci vorrebbe un’eternita’ per ogni carezza, ma tu lo stesso fatti grande, enorme e sterminato e diventiamo eterni e diventino infinite le nostre carezze, e mangiamoci i filosofi e i teologi e la teoria dei quanti e l’universo e il tempo in un solo boccone.

    Non chiedermi nulla oggi. Non chiedermi di domani. Non chiedermi nulla di domani. Tanto cambierai, cambiera’ il senso della domanda, cambieremo con tutte le risposte che non ci entrano piu’ come le scarpe della scorsa stagione  per i ragazzini quando crescono veloci. Facciamo cosi’: non chiedermi nulla  nemmeno domani.

    Mi hai tirato fuori da me. Hai preso la parte piu’ lontana e bagnata con le mani nude e l’hai strappata e gettata nel mondo. Io guardavo questa piccola cosa palpitante contorcersi sotto i miei occhi e dicevo “no, non posso essere io”, ma ogni volta che passavo davanti ad uno specchio o a una vetrina non avevo il coraggio di controllare. Mi hai strappato con i denti e con la forza della poesia tutto quello che voleva stare nascosto nella mia pancia. Hai preso i miei pensieri, hai centrifugato via le parole e i sensi, i significati, la logica e poi li hai stesi sul balcone, orgoglioso di mostrare al mondo il tuo nome stampato su ognuno di essi. E adesso stanno ancora li’ a sventolare. E io non so se sono piu’ io.