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maggio, 2011

  1. Happily ever after – He is We

    maggio 27, 2011 by Valentina

    Oh, happily ever after, wouldn’t you know, wouldn’t you know.
    Oh, skip to the ending, who’d like to know, I’d like to know.
    Author of the moment, can you tell me, do I end up, do I end up happy?

    We all have a story to tell.

    Da qualche tempo ormai quando entro in libreria penso a te: a quelle storie che mi racconti e che starebbero cosi’ bene in un libro, o alla nostra storia che sembra in effetti proprio uscita da un romanzo, o piu’ spesso da un fumetto.
    Passo vicino alla sezione delle graphic novels e guardo le copertine, i disegni, sfoglio qualche volume in cerca dei nostri visi.
    Non trovo mai nulla che ci assomigli abbastanza.
    Non so da dove mi venga l’urgenza di trovare una prova letteraria di quello che stiamo vivendo: come se potesse essere confortante sapere che in un libro e’ gia’ stato raccontato tutto, che non stiamo inventando nulla, che non e’ vero che siamo i primi, che non siamo gli unici, avere il conforto riposante dell’essere banali e raccontabili, e che basta scorrere veloce all’ultima pagina per vedere come e va a finire. Per finire.


  2. Per fortuna ho ancora le orecchie / 2

    maggio 21, 2011 by Valentina

    Mi dimentico costantemente delle cose che faccio. Per fortuna ancora non mi dimentico di farle.
    Aggiornamenti musicali: poco tempo per ascoltare cose nuove, nessuna energia per appassionarmi a cose nuove. Quindi va un po’ cosi’, tra il nostalgico e l’annoiato. Per fortuna ho ancora le orecchie per le cose belle che conosco gia’.
    Ecco le ultime due compile, nel caso non abbiate intercettato i link nei vari socialini in cui li posto appena le sforno.

    Compila per Marzo, senza primavera

    Maggio e’ per tornare

    (Manca Aprile. Lo so. Ma avete idea di cosa abbia passato in questo Aprile?)


  3. Cerchi che si chiudono, e non quadrano.

    maggio 20, 2011 by Valentina

    “Diranno che sei scappata.
    Diranno che non sei stata capace.
    Diranno che non sai fare progetti.
    Diranno che non sai mantenere le promesse.
    Diranno che sei distruttiva e autolesionista.
    Diranno che sei pazza.
    Diranno che non sai accettare il compromesso.
    Diranno che non sai valutare con attenzione.
    Diranno che non sei affidabile, non sei credibile.
    Diranno che non ci hai provato.
    Diranno che non ci hai provato abbastanza.
    Diranno che hai perso, hai perduto, hai tradito e hai offeso.
    Diranno che hai sbagliato.
    Diranno che hai fallito.”

    Disegno cerchi con le dita nell’aria.

    Quando hai smesso di essere la prima persona a cui avevo voglia di raccontare la mia giornata?

    Disegno cerchi con le dita sulla pelle.

    Diranno quello che diranno. Ho solo vissuto.

     


  4. La fine dell’adolescenza

    maggio 12, 2011 by Valentina

    Eravamo belli.
    Belli e cosi’ seri, come se dipendesse da noi salvare il mondo quando non eravamo nemmeno in grado di salvare noi stessi.
    Ci vivevamo addosso uno all’altro, dormivamo in due in letti troppo piccoli, ricalcavamo a vicenda i nostri modi di dire, gli atteggiamenti, la postura, le pause nei discorsi. Mescolavamo le nostre identita’ per essere piu’ forti di fronte al mondo.
    Imparavamo insieme il gusto del disprezzo e della rivalsa. I piu’ poveri nel nostro giro di agiatissimi coetanei, i piu’ giovani nel nostri giro di colleghi. Consideravamo stupido l’atteggiamento ironico di chi non aveva da pagare un affitto o le tasse all’universita’ perche’ ci potevano pensare i genitori. Noi non eravamo ironici, ci prendevamo tremendamente sul serio. E bollavamo come velleitari i colleghi piu’ vecchi che si lamentavano disincantati, si lamentavano perennemente, si lamentavano di tutto.
    Passavamo le ore ai nostri stumenti, ad esercitarci, come se da la’ passasse l’unica possibilita’ di rendere il mondo un posto piu’ giusto. Io lavoravo tutte le sere in teatro per pagarmi il pianoforte a coda acquistato di seconda mano. Dormivamo al pomeriggio abbracciati stretti, anche quando faceva caldo. Studiavamo nei ritagli di tempo materie umanistiche, quando la musica ci lasciava energie e spazio. Frequentavamo le ricche case borghesi del centro di Milano, e ne uscivamo sputando disprezzo e sdegno. Avevamo sete di rivalsa. Lottavamo ogni giorno contro i nostri strumenti per prenderci per merito l’appartenenza all’elite, per entrare nella scuola migliore, nella masterclass migliore, col maestro migliore. Alla fine di ogni concerto seguiva un’analisi attenta di tutti gli errori e passi falsi. Non festeggiavamo mai. L’insoddisfazione e la rabbia erano la nostra bandiera, il nostro pane, il nostro dio. Non ci concedevamo quasi nulla, a parte quelle serate a ballare e bere e ingurgitare ogni droga che ci capitasse a tiro, ecstasy, cocaina, acidi, per finire all’alba in qualche appartamento sconosciuto a rotolarci nel vomito, nostro o altrui, e svegliarci al crepuscolo pieni di schifo per noi stessi, per la chimica, per il mondo, per il tempo perso.
    La ginnastica allo stumento era l’unica cosa in grado di salvarci, pensavamo. E la dialettica che affilavamo in interminabili discussioni. E la conoscenza di materie inutili, la storia delle elezioni pontificie, la paleografia musicale, gli ascolti compulsivi della filodiffusione e le gare di expertise nel riconoscere per primi l’autore o l’interprete di quello che passava.
    Trascorrevamo le sere a fumare e discutere con i colleghi piu’ vecchi dell’immensa inutilita’ dell’immenso tutto. Eppure continuavamo ostinatamente a credere che noi ci saremmo salvati. Se fossimo rimasti insieme, se fossimo rimasti uniti. E diventavamo sempre piu’ uguali e sempre piu’ rancorosi. Odiavamo gli amici per tutto quello che a noi era negato e ci buttavamo avidamente sul poco che avevamo per provare a costruire da li’ un mondo piu’ giusto.
    Ma non ci siamo salvati. Io ero sempre piu’ insofferente alla disciplina, lui sempre meno fantasioso e libero. Ci consumavamo in silenzi eterni, e per fortuna ancora reggeva la scusa della musica. Io odiavo il suo dover programmare tutto al dettaglio, la sua stanchezza esistenziale, la sua mancanza di entusiasmo. Lui odiava la mia bravura, il mio talento regalato per natura e non costruito con fatica a tavolino. Lo so perche’ mi guardava con disprezzo quando ai concorsi la commissione si soffermava sempre ad elogiare l’equilibrio e il canto del mio pianoforte prima di fare qualche appunto sulla necessita’ che migliorasse l’intonazione del suo violino.
    Ma non importava niente, finche’ stavamo uniti. Finche’ non abbiamo potuto piu’ stare uniti: eravamo la fotocopia uno dell’altro, avevamo mescolato le nostre identita’ fino a confonderle e perderle definitivamente. Non avevamo nessun obiettivo comune se non quello di salvarci, ma non ci saremmo salvati.
    Non ci siamo salvati, ma siamo ancora vivi.
    E dopo tutto questo tempo posso finalmente dirti che non mi manchi piu’.