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aprile, 2011

  1. Schegge di necessita’

    aprile 25, 2011 by Valentina

    Conoscete Barabba? Dovreste. Barabba dice ventiseiperuno. Dice anche di scrivere per non dimenticare, e poi di leggere ad alta voce, o sul tram, con la musica di sottofondo, con gli amici, con le cose belle, con tutte le cose belle e importanti.

    Se non conoscete Barabba dovreste cliccare qui e scaricare un libro. E’ gratis. Se poi vi piace potreste anche comprarlo, di carta, fatto bene. Quello un pochino costa (non so quanto), ma i soldini vanno all’anpi quindi sono soldini che valgono piu’ di quel che valgono tenuti in tasca.

    Io per Barabba avevo scritto una cosa. Diversa, diversissima dal mio solito, perche’ per Barabba avevo scritto una storia vera.
    E visto che non posso aspettare che esca l’altro libro, la versione esplosa con tutti i racconti e le storie arrivati a Barabba, io il mio racconto lo metto qui.
    Oggi.
    Perche’ e’ oggi che ha un senso.

     

    La bicicletta del fascista

    Questa storia si svolge nel punto in cui la valle piega verso nord e il sole tramonta un po’ prima e sorge un po’ dopo. Le montagne stringono lo sguardo in ogni direzione e non lasciano grande spazio all’immaginazione di altri orizzonti. Dai terrazzamenti coi muri a secco si ricavano strisce di vigna lunghe appena qualche metro e larghe abbastanza per un paio di filari, che danno un vino che sa di pietre e ostinazione. Le righe orizzontali delle viti fanno da contrappunto alle righe verticali degli impianti idroelettrici: la forza con cui l’acqua precipita attraverso i tubi da quei pendii scoscesi si trasforma in energia elettrica, secondo l’intuizione per cui tutta la fatica spesa per risalire la montagna debba restituire qualcosa di altrettanto potente nel percorso inverso.

    Dietro a quella piega un po’ più dolce, ad appena un chilometro, c’era e ancora c’è il confine con la Svizzera. Si può andare a piedi, è una breve passeggiata, anche se  all’epoca dei fatti contrabbandieri e disertori preferivano ovviamente sentieri più lunghi e meno scoperti. Il paese era tutto rannicchiato sulla sponda destra del fiume. Negli edifici delle scuole si era stabilito il quartier generale dei tedeschi, i francesi di Petain occupavano la caserma degli alpini, mentre i fascisti si erano stabiliti nel lussuoso Hotel Tirano, sul viale. Era difficile per Rosa evitare uno qualsiasi di questi posti nel percorso verso casa, la sera, quando usciva dagli uffici dell’azienda elettrica dove lavorava come segretaria.

    Era il 1943 e Rosa aveva 22 anni. Era tornata da poco al suo paese: per sette anni aveva vissuto a Roma presso una famiglia di professori e studiosi, ed è forse da lì che è nata la sua passione per la lettura. Sicuramente l’esperienza nel correggere le bozze dei libri e sistemare gli appunti del Professore e della Signorina aveva rafforzato la sua abilità nello scrivere a macchina, e così ora si ritrovava a lavorare per l’azienda e a tornare a casa la sera attraversando il ponte e stando bene attenta non dare troppo nell’occhio, a non dare troppa confidenza a nessuno.

    Sapeva di correre un rischio mentre sparecchiava la tavola e tirava fuori la macchina da scrivere. Non tanto perché qualcuno avrebbe potuto seguirla e vederla entrare di notte nel laboratorio della pasticceria dove andava a prendere ordini e messaggi da portare in montagna. Questo non la preoccupava: con tutto il movimento che c’è in paese chi ha il tempo di fare caso proprio a me e ai miei spostamenti? pensava, mentre iniziava a battere a macchina l’ennesima copia dell’ennesimo volantino che sarebbe stato distribuito attraverso percorsi segreti e ignoti anche a lei. Nessuno badava alle sue attività, e lei stava bene attenta a non attirare attenzioni generiche. Ma sapeva che c’era una persona, una persona in particolare, a cui poteva nascondere ben poco.

    Una mattina Rosa si era alzata molto prima dell’alba per portare un messaggio a Baruffini, un paesino di quattro case raggruppate a mezza costa; una camminata di due ore al buio e al freddo al termine della quale l’avrebbe accolta in chiesa una suora spaventata, che le avrebbe preso dalle mani la busta per poi consegnarla ai partigiani quando sarebbero scesi dai boschi. Due ore di camminata a salire, poco più veloce la strada del ritorno: è un bell’esercizio ginnico alla mattina presto, e inevitabilmente lascia qualche traccia. Giunta in ufficio Rosa si sentiva osservata dal suo capo, un fascista che occupava un ruolo direzionale nella strategica azienda elettrica. Lui non diceva nulla. Lei diceva ancora meno.

    “Potrei prendere in prestito la vostra bicicletta per domani mattina?”
    “A cosa vi serve, Rosa? non avete la vostra?”
    “La mia è in riparazione, e ho urgenza di andare a trovare un parente in difficoltà a Sernio. Se non è di disturbo mi fareste proprio una grande cortesia”
    “Certamente, se è così: prendetela pure questa sera, quando uscite dall’ufficio”

    Era gentile per essere un fascista. Ma era sempre un fascista. Non sarebbe stato gentile se avesse visto la mattina seguente Rosa pedalare nella penombra verso Sernio seguita a distanza da un uomo vestito con un’uniforme sporca e lacera, sulla sua bicicletta, per andare ad unirsi ai partigiani. Rosa faceva strada: suo fratello, prima di sparire anche lui nei boschi, le aveva lasciato indicazioni abbastanza precise su dove andare e cosa fare per aiutare le persone che arrivavano di nascosto dal confine svizzero per raggiungere le unita’ di combattenti sulle montagne.

    E così per due anni Rosa aveva continuato a fare il suo lavoro in ufficio, sotto lo sguardo del capo. Continuava a battere a macchina, senza dare nell’occhio. E poi a casa batteva a macchina ancora, tutt’altro tipo di documenti. E arrivava in ufficio la mattina affannata, sempre sotto lo sguardo del capo, dopo le notti passate a camminare e portare messaggi. E chiedeva in prestito la bicicletta del fascista quando doveva spingersi più lontano del solito o accompagnare altri partigiani a raggiungere i loro compagni. E lui la osservava, e lei non diceva nulla, e lui diceva ancora meno ma le prestava la bicicletta.

    Per quanto potesse stare attenta Rosa e risultare del tutto innocente mentre pedalava tra i vari presidi del paese sapeva che al suo capo non era riuscita a nascondere le attività in cui era coinvolta.

    Finché un giorno, e non diremo un bel giorno, un trapestio improvviso all’ingresso dell’azienda elettrica fa saltare Rosa sulla sedia. Si affaccia alla finestra, e le strade sono piene di gente che corre da tutte le parti. Non capisce al momento, Rosa, non le avevano detto nulla l’ultima volta che era stata al laboratorio di pasticceria a prendere l’ultimo messaggio da consegnare. Guarda la gente correre nelle strade, mentre cerca di mettere insieme quello che vede e le sue speranze quasi senza osare immaginarsi che fosse finalmente arrivato il giorno piu’ atteso. Veloce come una lepre alle sue spalle il capo si lancia verso la porta e scappa, giusto un momento prima dell’irruzione di due ragazzi sconosciuti dal vano delle scale.

    A quel punto Rosa capisce: non ci sarà più nessuno da accompagnare in montagna perché chi era sulle montagne è sceso e i fascisti stanno correndo via, da tutte le parti, e i francesi non si vedono, e i tedeschi sono chiusi nelle scuole e si sentono spari, e allo stesso tempo Rosa si sente sollevata, e spaventata, e confusa. Per la prima volta Rosa non sa quale sia il suo posto, cosa ci si aspetta che lei debba fare, da chi andare, come comportarsi. E per la prima volta, in mezzo alla confusione più grande Rosa ha un momento di terribile lucidità: misura quanti e quali pericoli ha corso in quei due anni passati così velocemente. Vede il panico in chi aveva imparato a temere, e riconosce di non essere mai stata tanto spaventata, riconosce la forza delle proprie idee che l’ha sostenuta, e le dà un nuovo nome: incoscienza. E di nuovo, da incosciente mossa dal senso di giustizia, Rosa lascia l’ufficio. Si avvia lungo il viale, corre verso la casa del suo capo. Lui ovviamente non c’è, ha avuto il buon senso di non tornare, e la casa è già stata assaltata, i vetri di tutte le finestre distrutti, le porte sfondate, i buchi dei proiettili di fucile nei muri.

    E allora Rosa corre a cercare quelle persone del laboratorio di pasticceria, trova quello che comandava un po’, e gli racconta che sì, il suo capo era un fascista ma che avrebbe potuto tradirla mille e mille volte, che aveva capito tutto ma non aveva mai detto niente e quando l’avessero preso di ricordarsi di questo e di salvargli la vita.

    E così infatti fu: il fascista venne catturato ma non fu fucilato e sparì. Con lui sparì il suo nome che non venne mai più pronunciato, mai, nemmeno in questi racconti, nome subito dimenticato nei festeggiamenti e nella confusione che seguirono.

    Qualche mese più tardi il suo posto nell’ufficio dell’azienda elettrica fu preso da Michelangelo, detto Angelo: un alpino partito a militare a 20 anni e ritornato a casa a 28 dopo la campagna di Albania, la campagna di Russia, la terribile disfatta lungo il Don e i campi di prigionia. Rosa continuava ad evitare di attirare ogni attenzione su di sé e cercava di dare nell’occhio il meno possibile, ma Angelo se ne innamorò comunque, e se non fosse stato ostinato e testardo nel corteggiamento quanto quelle viti arrampicate sui sassi della montagna non sarebbero nati il mio papà e i miei zii, e non sarei qui a raccontarvi questa storia.

     

     


  2. Del comprare dischi e tenerli in mano

    aprile 15, 2011 by Valentina

    Sabato sara’ il Record Store Day e io sto leggendo da tutte le parti storie di dischi comprati e di adolescenze passate ad ascoltare musica e mi sta salendo l’invidia nera. Ora vi dico perche’.

    Ho comprato tanti, tantissimi dischi in vita mia. Ma non ho mai provato la fotta* dell’attesa per l’uscita di un disco particolare (come ad esempio racconta l’ottimo Dietnam qui, ottimo Dietnam che detto per inciso dovrebbe rimettersi a scrivere sul blog piu’ spesso). Perche’ io dai 10 ai 25 anni ho comprato solo ed esclusivamente dischi di musica classica, e tanto piu’ l’edizione era vecchia tanto piu’ ero felice e il processo di acquisto di un disco non era basato tanto sull’aspettativa quanto su una specie di ricerca, o di caccia al tesoro. Il che ha contribuito a rendermi quella specie di essere dissociato per cui adesso all’alba dei *coffcoffunanni* sto scoprendo la musica degli anni novanta e mi manca tantissimo il fatto di non aver passato l’adolescenza nei negozi di dischi normali ma da Buscemi.

    A Milano c’e’ solo un posto in cui comprare dischi di musica classica, ed e’ Buscemi. Scendi le scale e ripassi tutti gli scaffali che ormai conosci a memoria, fa parte del rituale stare a rovistare per almeno venti minuti prima di rivolgersi al bancone e chiedere. Tendenzialmente da Buscemi non ho mai chiesto un disco, ma dei consigli. “Vorrei questa tal cosa di tizio, cosa mi proponi?” e da sotto il bacone sbucano i cataloghi polverosi, e vengono messe a confronto edizioni e interpretazioni, chiunque si trovi nei paraggi sente il dovere morale di intervenire e dire la sua, ci si schiera in fazioni, si disaminano scuole di interpretazione e problemi di rimasterizzazione, in discussioni che potrebbero durare delle ore e invece vengono messe a freno da un gesto della mano che sta a significare “basta parole, ora ascoltiamo”. E cosi’ si prendono i dischi, li si mette nell’impianto di diffusione, si ascolta, si ridiscute, e alla fine si sceglie tra le congratulazioni di chi sosteneva quella particolare edizione e lo scorno di chi invece la criticava.

    Certo, ci vuole del tempo e un po’ anche la voglia di assorbire molte piu’ nozioni e informazioni di quanto a volte si possa desiderare. Ma ogni volta che ho avuto un dubbio o un’idea poco chiara rispetto a cosa acquistare sono andata da Buscemi e sono tornata a casa con piu’ dischi di quanti me ne potessi permettere e ancora piu’ voglia di ascoltarne altri.

    Quando invece so per certo cosa voglio vado in quei posti orribili con le luci al neon e Alicia Keys in sottofondo. Ma mi sento sempre un po’ male, ricordandomi di quando sono stata da Ricordi (o forse erano le Messaggerie Musicali, ora Mondadori, o forse addirittura alla Fnac) e ho chiesto al commesso se avessero il Tristano e Isotta di Furtwaengler e quello ha controllato sul computer e mi ha risposto “mi spiace signorina, abbiamo solo quello di Wagner”.


  3. Lettera d’amore 1067

    aprile 1, 2011 by Valentina

    Resto sveglia fino a tardi per sentire cantare i pavoni.
    Stanno nel vivaio qui vicino, al tramonto volano su un grande albero tutti insieme. Ci vanno per dormire, immagino. Tempo fa avevo l’abitudine verso sera di passeggiare fino al vivaio per vederli spiccare il breve volo e  provare a capire in base a quali schemi andassero a occupare i rami. Nella luce bassa sembravano frutti grassi e pesanti sui rami spogli, adornati solo dalle prime gemme.
    Poi sono cresciuta, e non ho piu’ avuto il tempo di andarli a guardare. Ma aspetto quest’ora tarda della notte, quando si svegliano e iniziano a cantare.

    Il canto dei pavoni e’ un urlo potente e sgraziato. Li ascolto sgolarsi mentre li immagino planare dall’albero nella corte del vivaio, e mi addormento con le loro grida strazianti e penso che se fossi un pavone anche io ti chiamerei cosi’ come fanno loro. E mentre mi addormento penso che forse stanno gridando proprio il tuo nome per me che non posso, e che piangono forte perche’ sanno che non ci puoi sentire.

     

     

     

    l’eccellente consulenza musicale postuma e’ gentilmente offerta da Chiara, che non voleva leggere il post e pensava di punirmi cosi’, mentre invece non posso che volerle ancora piu’ bene.