Forse pensi che sia una ragazza poco seria.
Il fatto e’ che ancora non sono sicura di sapere come si rivoluziona un uomo, come si fa ad usarlo senza che un giorno poi si arrenda.
Te lo dico sinceramente: adesso ti sembra che io sia un “altrove” per cui vale la pena osare, ma non so se restero’ sempre quella delle notti prive di contegno e delle mattinate intere passate a farci a pezzi.
Se tanto mi da’ tanto arrivera’ il giorno in cui te ne andrai in cerca di una facile nostalgia. E quindi come posso chiederti ora di buttare via tutto?
marzo, 2011
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Piu’ di un’esigenza di parafrasi
marzo 30, 2011 by Valentina
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Cartellino nr79
marzo 29, 2011 by Valentina
Non sapevamo niente.
Ci incontravamo al pomeriggio, appoggiavamo le borse pieni dei libri pesanti dell’universita’ ai davanzali delle vetrine dell’agenzia immobiliare e socchiudevamo gli occhi fumando l’ultima sigaretta prima di entrare.
Ci scambiavamo i trucchi e le case, parlavamo del nostro presente con tutta la profusione di dettagli dovuta al non avere un gran passato da raccontare e la paura nera per il futuro che iniziavamo a immaginarci.
Arrotolavamo le gonne della divisa in vita, perche’ fossero piu’ corte. Un gesto sgarbato al responsabile mentre timbravamo il cartellino proprio sullo scadere del tempo utile.
C’era una rastrelliera di legno appesa al muro, i cartellini erano fogli rosa piegati in quattro con sopra il nostro nome e il nostro numero (io ero il 79 mi pare), le caselline con i giorni e di fianco gli spazi per il timbro dell’ora di entrata e di uscita. Contavamo il numero delle prestazioni del mese, pensavamo agli affitti e alle vetrine.
Poi tornavamo a casa a notte fonda confuse di birra e parole, si faceva un sacco l’amore in quei giorni e in quelle notti.
E la mattina in biblioteca a studiare, e poi di nuovo ci incontravamo al pomeriggio, ci raccontavamo cosa avessimo fatto nelle ultime sedici ore, e alle sette di sera puntuali allo scoccare del minuto timbravamo il cartellino.
Non sapevamo niente.
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Dizionario dei Giorni Disperati (dalla R alla V)
marzo 19, 2011 by Valentina
Un ritornello ben riuscito e’ quello che non ti stancheresti mai di ascoltare. Un ritornello e’ ben riuscito quando ascolti la strofa gia’ godendo di quello che sai che presto arrivera’. Ovviamente un ritornello ben riuscito e’ quello che ti rimane in testa, che canticchi in ascensore, quello che all’improvviso ti torna alla memoria e magari fai un po’ di fatica a ricordare il titolo della canzone, ma le note di quel ritornello no, quelle suonano spontanee in mezzo alle idee e se le portano via lasciandoti li’ come un cretino a fischiettare e cercare di ricordarti chi la cantava, come andava avanti.
Io a volte resto a bocca mezza aperta, i pensieri spazzati via da un ricordo improvviso e cosi’ vivo da non lasciare spazio a nient’altro. E so che sei tu, che erano le tue parole, le tue labbra, e so bene come non va avanti. Sei il mio ritornello che non ritorna, il piu’ riuscito, quello che mi suona in testa costantemente e di cui non riesco a liberarmi.Parlavamo, seduti fianco a fianco. Ridevamo con le persone attorno, si scherzava, si raccontavano storie, si barattavano sorrisi. Il tuo ginocchio sfiorava appena il mio. A volte mi sporgevo per ascoltare meglio la discussione, pretesto per il tocco brevissimo fra le nostre mani. Usavamo tutta la delicatezza possibile alla sensibilita’ di chi ci stava intorno perche’ non trapelasse la nostra esigenza di stare soli. Con la stessa delicatezza ci sfioravamo appena, tutta la violenza delle nostre necessita’ rivolta solo all’interno. Tanto piu’ nascosto e leggero il contatto tanto piu’ bruciante e disperato il dolore. Non mi sei mai mancato tanto come quando mi stavi accanto.
Non ti vedro’ mai diventare noioso e pesante, ripetitivo nelle tue ossessioni e nelle tue idiosincrasie. Non mi vedrai mai diventare dura, intransigente e fredda come so diventare quando si affrontano le situazioni di tensione. Ci lasceremo scorrere via, uno addosso all’altro, finche’ avremo abbastanza pelle per farlo. E poi sara’ con altri che condivideremo le responsabilita’ di abitare un mondo molto meno che perfetto. Sara’ con altri che affronteremo la vita per come viene. Non abbiamo bisogno di dirlo ad alta voce, sapevamo che sarebbe stato cosi’ da prima di parlarci. Il nostro incontro e’ stato una festa in onore all’abbandono. Ogni bacio e’ un tacito bacio d’addio.
Non esiste una cosa uguale ad un’altra. Solo cose molto simili. Come le gocce d’acqua, o i trifogli. Sembrano tutti uguali, ma ognuno ha qualche dettaglio che lo differenzia dagli altri. O quando mi dici che ogni tramonto e’ unico e speciale e io mi arrabbio. Non e’ vero, e’ solo il sole che ogni sera scende e se ne va. Non importa la nuvoletta rosa o il mare che si colora o la pioggia in citta’ che diventa scura in fretta o le fette di nebbia tagliate da lame dorate. Sono solo le nostre ombre che si allungano, tutte le sere. Cambiano i dettagli: per i tramonti e per i trifogli. Quindi smettila di dirmi che io e te siamo proprio uguali. Non e’ vero. Non siamo speciali. Non siamo tramonti, non siamo niente, siamo solo noi.
Ho smesso di dormire il giorno in cui ti sei innamorato di me. Era tutto talmente nuovo e talmente urgente che dormire sembrava uno spreco di tempo. Stavo sveglia a contare i tuoi respiri, ad aspettare le tue parole, a controllare le mie rughe. Avevi bisogno di raccontarmi tutto e di sentirmi ridere. Io non avevo piu’ bisogno di dormire, e avevo il terrore di confondermi e mettermi a sognare. Stavo sveglia, a cercare di capire cosa stesse succedendo. Il giorno che ti sei innamorato di me non me ne sono accorta, ho solo smesso di dormire. E’ per questo che sono sicura di essermi innamorata di te una notte.
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Lettera d’amore 1057
marzo 13, 2011 by Valentina
Sai, ieri sono uscita. Sono andata fuori a vedere la gente e la città, a bere le birre, a fare i sorrisi e le parole e tutte le cose che si fanno quando si prova a tenere lontani i pensieri. Però i pensieri trovano sempre il modo di farsi strada, e questo modo lo chiamano coincidenze, e così proprio per coincidenza c’era un ragazzo che porta il tuo stesso nome. E con lui c’era una ragazza, che non porta il mio nome ma avessi visto com’è bella. E io mi sono distratta un momento a guardare quanto fosse bella e il modo tenero della sua mano che ogni tanto sfiorava il braccio di lui (e mi sono distratta a pensare che sfiorare è una parola strana, così molle e delicata proprio come un fiore che appassisce) e mi sono lasciata incantare da tutti quei gesti un po’ impacciati che avrebbero voluto essere segreti e nascosti ma che facevano scappare fuori l’amore da tutte le parti e vuoi questo, vuoi il nome, vuoi che lei fosse davvero tanto tanto bella, io mi sono distratta e per coincidenza ti ho pensato.
Anche se non volevo, anche se avevo deciso che non ti avrei pensato. Ma lei era così bella che avrei voluto che tu fossi lì con me per farti vedere tutta quella dolcezza da schiantarsi sul tavolo in mezzo alle birre e non voler andare via più. Mentre lui parlava lei lo guardava con due occhi che sembravano un milione.
Ho pensato proprio così “ha due occhi che sembrano un milione”.
E poi mi è venuto in mente che questa frase l’avevi inventata tu per me, e mi è venuto da piangere un po’ perché ho capito dopo tutto questo tempo cosa volevi dirmi quando mi parlavi di come tu guardassi.
“Perché, come ti guardo? non mi vedo mentre ti guardo, vedo solo te”
“Mi guardi con due occhi che sembrano un milione”.
Adesso, anzi ieri, ho capito com’è quello sguardo. E boh, secondo me è per via del nome che portate.Category bonus track | Tags: bandcamp,birre,lightning bug,musica,nomi,occhi,paper mache | 2 Comments
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Dizionario dei Giorni Disperati (dalla M alla Q)
marzo 7, 2011 by Valentina
Guardavo le curve dei nostri corpi incastrarsi nella penombra, le ginocchia intrecciate, le spalle contro i colli, le braccia attorno ai lombi. Pensavo alla forchetta che gira e schiaccia il burro fino ad ammorbidirlo e farlo fondere con lo zucchero, e pensavo che e’ impossibile poi separarli di nuovo. E credevo che lo stesso fosse per noi. E quando ti sei alzato e sei andato nell’altra stanza, e ti sei vestito e sei uscito dalla mia casa, e sei partito e sei tornato a centomila chilometri lontano da qui, sono rimasta stesa a domandarmi se in origine io fossi il burro o lo zucchero, e come avrei mai fatto a ritornare pura.
Le piccole cose che odi di me: il mio disordine, il fatto che permetta ai miei gatti di salire sul letto e sul lavandino, il modo infantile che ho di tentare sempre di passare per la vittima. Le piccole cose che odio di te non le so elencare, sono talmente insignificanti, non sono niente. Le piccole cose che ami di me: quando rido al telefono, il sorriso che ho quando ti incontro nel parcheggio, quando dico una cosa buffa o sciocca in modo molto serio. Le piccole cose che amo di te davvero non le so dire. Sono un nonnulla. Sono tutto.
Tutte le cose lucide le buttiamo via. Tutte le cose che riflettono e brillano e specchiano le buttiamo via. Teniamo solo le cose opache, la foschia, le superfici ruvide e ostiche. Non ci piacciono i marmi, preferiamo il legno. Non ci piacciono i diamanti, preferiamo la lana. Non ci interessano i vetri, a noi piace baciarci dietro le persiane chiuse.
Lo snodo in cui il gesto si trasforma in suono. Il punto di equilibrio tra le piccole leve delle dita e della meccanica della tastiera da un lato, e le grandi leve e il peso del corpo dall’altro. Noi pianisti prestiamo la massima attenzione all’azione del polso. Tu invece eri solo interessato a sentirci battere il mio cuore, con le tue dita lo stringevi delicatamente: tu-tum, tu-tum, tu-tum. Fino al giorno in cui l’hai afferrato con rabbia, lasciandomi due lividi tondi e scuri mentre provavi a farmi voltare e guardarti in faccia. Tu-tum tu-tum tu- e si e’ fermato per un attimo, il mio polso, quando l’hai lasciato e ti sei voltato e non sei tornato piu’. E adesso ha ricominciato a scandire il ritmo sulla tastiera, un valzer trisillabo mentre chiama il tuo nome: tu-ttu-tum, tu-ttu-tum…
Ci sono tante cose di cui non parliamo, nel nostro patto mai enunciato di non farsi domande scomode. A volte vediamo germogliare certi strani punti di domanda nei silenzi al telefono, nelle pause dell’amore. Li osserviamo come se fossero incomprensibili misteri della natura, come galassie lontane o affascinanti insetti multicolori. Non li nominiamo, li lasciamo vibrare un momento nell’aria davanti ai nostri visi, e cerchiamo di dimenticarli con fenomeni ancora piu’ stupefacenti, come i baci o le parole inventate o le canzoni.
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Category dizionario dei giorni disperati | Tags: disperazione,dizionario,domande,giorni,polso | 4 Comments










