RSS Feed

febbraio, 2011

  1. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla F alla L)

    febbraio 21, 2011 by Valentina

    Ho aperto il dizionario dei giorni disperati per trovare un sinonimo del mio essere vuota e leggera. Pensavo di essere come una lanterna di carta di riso, di quelle che volano nelle notti d’oriente portando in alto i desideri. Lo pensavo perche’ non riesco a contenere altro che quel poco di calore e luce che mi servono a sopravvivere per i prossimi metri. La mia incapacita’ di trattenere qualunque pensiero piu’ a lungo di qualche minuto pensavo fosse dovuta alla mia distrazione, alla mia stupidita’. Invece sono solo rotta. A pezzi. Come una scodella caduta a terra e andata in cocci. E puoi provare a riattaccare i lembi, continuera’ a perdere il latte dalle crepe. E puoi provare a confondere ancora frivolezza e fragilita’.

    Camminavamo al sole e i cani ci facevano le feste. Io raccoglievo la ghiaia dall’argine del fiume. Tu non volevi che la portassi a casa, ma a me sembrava preziosa: ogni pietra simile alle altre ma con quella particolare venatura, quel particolare colore, quella piccolo unico affossamento sulla cima. E pensavo a quanta acqua ci fosse voluta per rendere ognuna di quelle pietre cosi’ perfettamente tonda e liscia, e le infilavo in tasca mentre senza pensarci le macinavamo con le suole di gomma delle nostre scarpe. I cani ci facevano le feste, c’era il sole, e tu mi mettevi le mani nelle tasche ridendo e ributtavi a terra i ciottoli che avevo scelto.

    Di tutte le parole che mi hai detto ne scelgo solo una da tenere sempre con me. Quando hai risposto al telefono la prima volta che ti ho chiamato e hai detto “Hhh… ciao”. Ecco. Di tutte le parole che mi hai detto quell’ Hhh prima di parlare davvero e’ stata la piu’ grande dichiarazione del tuo amore. Ho visto le tue labbra aprirsi come come se volessi bere la mia voce dall’altro capo del filo. Ho immaginato l’aria che ti passava tra i denti e poi ti asciugava il palato e ogni senso che si risvegliava solo al mio nome che lampeggiava sullo schermo. Quando mi hai detto “Hhh” al telefono quella volta mi hai detto che volevi bermi, mangiarmi, respirarmi, mi hai detto che volevi che entrassi in te per rimanere dentro di te, parte di te, per sempre. Prima che il cervello riprendesse il controllo ed elaborasse un saluto mi avevi gia’ detto tutto. Le cose piu’ importanti me le hai dette quando non erano ancora state inventate le parole.

    Ci sono parole che hanno il suono tanto bello quanto e’ crudele il loro significato. Il dizionario dei giorni disperati ne e’ pieno. Illudere inizia come un sipario che si apre sulla lingua che ribatte le elle mentre la u prende la forma di un bacio, e poi le labbra si stirano a lato come in un sorriso amaro per completare la parola. Hai messo in scena il tuo spettacolo di meraviglie, io ho creduto ad ogni mossa delle tue labbra, non volevo credere al finale, non potevo credere che stessi ridendo. Non volevo credere che stesse finendo.

    Il tempo cura ogni cosa. E’ il medico migliore. Il tempo ha un bisturi affilato e non usa anestesia. Seziona, taglia, apre. Ti mostra il dolore in ogni sua angolazione, in tutta la sua profondita’, ne analizza colore e consistenza prima di scavare piu’ a fondo. Te lo spiega, te lo racconta, fin quando non lo impari a conoscere bene, come se fosse un oggetto separato da te con cui avere una quotidiana familiarita’, come il vuotatasche all’ingresso di casa dei tuoi o il pomello della porta dell’ufficio. Conti i giorni, i mesi, guardi le lancette girare. Ma in realta’ stai contemplando il tuo dolore, come si trasforma, come scorre lento, come e’ ciclico e senza fine. Il tempo ti guarisce quando diventa esso stesso il tuo dolore. E prima o poi chiederai per errore ad uno sconosciuto “che ore siamo?”

    Dizionario dei Giorni Disperati dalla A alla E

    Altri Dizionari collegati:

    Dizionario dei Giorni Felici (Nemo)

    Dizionario dei Giorni Normali (YellowLetters)


  2. Post sanremese celebrativo con un sacco di video brutti ma canzoni bellissime

    febbraio 20, 2011 by Valentina

    La cosa brutta del vinile e’ che non riesci facilmente a infilarlo nel pc per farlo sentire ai tuoi amichetti della interwebz e quindi ti tocca cercare le canzoni che ti interessano su youtube e trovi dei video talmente kitsch da essere quasi ipnotici e quasi rischi di non scrivere piu’ il post.

    Ma dicevamo.

    Sanremo, Vecchioni, l’inter, etc. etc. Sappiamo gia’ tutto.

    Pero’ io quando ero piccola piccolissima ascoltavo un disco che e’ sempre rimasto tra i miei dischi preferiti di sempre. Ero talmente piccola da non avere nemmeno il permesso di utilizzare da sola il giradischi, perche’ sicuramente avrei rotto la puntina e/o rigato i dischi di papa’ e quindi dovevo aspettare che qualche adulto passasse in zona e chiedere che mi venisse messo su il disco “quello dei cani neri”.

    Il disco “quello dei cani neri” ha anche un titolo vero, che e’ “Calabuig, stranamore e altri incidenti”, ed e’ tutto nei videi qua sotto. Tranne una traccia, proprio “Calabuig”, che era piccola, una striscina sottilissima, ed era il mio punto di riferimento per dove piazzare il braccio del giradischi quando ero diventata un po’ piu’ grande e lo potevo usare da sola e volevo sentire proprio solo la canzone dei cani neri.

    STRANAMORE

    E’ una canzone famosa, famosissima. Io la ascoltavo sempre con impazienza, non mi faceva impazzire. Quando arrivava la strofa “e tu che hai preso in mano il filo del mio treno di legno che per essere piu’ grande avevo dato in pegno” mi immaginavo dare via i miei pupazzi, quelli a cui ero piu’ affezionata, in cambio di qualche anno in piu’ e mi si stringeva la bocca dello stomaco, quella sensazione che poi sarebbe diventata tanto familiare.
    E poi c’era la strofa sui fascisti che mi faceva inorridire ogni volta. E poi c’era una parolaccia di quelle gravi che non si devono dire mai. E anche “io che non parto sto a guardarti che rimango sveglio” l’ho capita solo molto dopo.

    NINNI

    Questa e’ e rimane una delle mie canzoni preferite in assoluto di tutte le canzoni del mondo. Non c’e’ nulla da aggiungere. Il testo e’ un capolavoro, andrebbe studiata a memoria come una poesia a scuola.

    A TE

    A te che avevi un gatto indifferente il giorno che son venuto a dirti domani non ritorno
    C’e’ sempre un gatto, quando qualcuno decide di non ritornare. Io l’ho imparato da questa canzone.
    A te che mi hai contato i passi sulle scale e viene sempre il giorno che non si sale
    Come quando aspetti immobile, in silenzio, un segno qualunque, un rumore, un presagio. E invece non succede nulla, resta solo l’attesa, ogni minuto sempre piu’ concentrata e disperata.
    A te nemmeno un sogno, nemmeno un’emozione. A te non ho lasciato che una brutta canzone
    Non e’ brutta questa canzone Robertino. Fa solo tanto tanto male.

    CALABUIG

    Questa canzone che da’ anche il titolo al disco non si trova su youtube. Forse perche’ non e’ proprio una canzone, c’era della musica ma lui non cantava e invece parlava del “solito viaggio dell’intellettuale decadente, romantico…” e poi “la nostra radio e’ forse la migliore, prende le tre venezie e ci sentono in cadore” e poi non me lo ricordo piu’, fino a “Sir Anthony McKintosh spari’ misteriosamente durante una caccia alla volpe nel 1821. Non si seppe mai piu’ nulla di lui”. E qui attacca la canzone dei cani neri, e che in realta’ si intitola…

    SETTE MENO UNO (Il cane, la volpe, la civetta, il fagiano, il cavallo, il falco)

    E’ un disco pieno di cavalli. E io adoro i cavalli, ho sempre desiderato avere un cavallo, lo chiedevo per ogni natale e per ogni compleanno con grande disperazione dei miei. Ma in fondo e’ anche colpa loro che mi facevano sentire i dischi di cavalli e cani neri e streghe e storie misteriosissime.
    Torneranno tutti manchera’ uno solo, troveranno il suo cavallo mentre beve, troveranno solo un guanto nella neve. Non un passo non un segno tutto intorno, solo un falco nero in un silenzio eterno“.
    Colpa loro se poi ho studiato per anni la simbologia celtica invece che i libri dell’universita’, colpa dei loro dischi.

    E a questo punto il braccio tornava al suo posto con un elegantissimo movimento meccanico e bisognava chiamare qualcuno per girare il disco.

    Il CAPOLAVORO

    Un’altra canzone. Ancora un cavallo. Nella piu’ desolante disperazione cosa ti riporta il senso della vita? Un cavallino appena nato. Non lo so, a me questo e’ sempre bastato per adorare questa canzone. Lui che si droga, in mezzo al nulla, e poi inventa le favole degli uomini per il puledrino e gli da’ fiato, e cerca di rimetterlo in piedi. “Dormi ora dormi piano che le stelle vanno via, dormi ti alzerai domani, cosa vuoi che sia“. Se non vi spezza il cuore questo, non so cos’altro potrebbe.

    Il CASTELLO

    Qui si piangono le lacrime vere. E non solo per il video che e’ davvero orrendo. Questa canzone e’ un manuale di menestrellitudine. E’ lunga ma potrebbe durare anche sei ore e rimarrei ad ascoltare ogni parola, una per una, senza nemmeno respirare o sbattere gli occhi.
    Ma non passateci d’Aprile che non potreste piu’ vedere le rose come quando lui era qui” inizia a farmi pizzicare la radice del naso.
    E chi partiva sempre ritorno’… e un drago fatto con la paglia bruciava all’alba sulla soglia perche’ il dolore non entrasse li’” qui sto gia’ frignando, ma in modo ancora composto.
    Da “ha fretta e l’abito e’ sgualcito ma e’ la gran sera che ha aspettato” sono singhiozzi incontrollati e senza pudore.

    L’ESTRANEO (infiniti ritorni)

    Asciugate le lacrime, la puntina procede inesorabile verso il centro del piatto, e ci si aspetta un’uscita rasserenante e consolante. E invece.
    E invece quest’ultima traccia toglie quel poco di fiato che potrebbe essere rimasto. “E ho giocato le cento rivoluzioni, la mia rabbia e le cento delusioni, che sono mille e son tante, son belle e son sante, il giorno dopo. E provai ogni droga piu’ che vino, il linguaggio del bruco e l’assassino, e a saper tutto senza parole“. Che ne puoi sapere a cinque anni che quello che ti fai mettere sul giradischi ti rimarra’ addosso sempre, anche se poi decidi per anni di voler fare e ascoltare solo la musica senza parole? Ma che ne sai a cinque anni, che tanto e’ troppo tardi?
    E aver capito tutto in un istante fu come morir le morti tutte quante e non volere essere piu’ niente

    Bravo Roberto, sono proprio contenta che hai vinto assarre’!


  3. Dizionario dei Giorni Disperati (dalla A alla E)

    febbraio 15, 2011 by Valentina

    A volte leggo cose talmente belle che vorrei averle scritte io. Altre volte invece leggo cose cosi’ belle che mi viene voglia di mettermi a scrivere subito. Se invece succedono entrambe queste cose contemporaneamente e’ perche’ molto probabilmente sto leggendo Nemo.

    Nemo sta compilando il Dizionario dei Giorni Felici. La prima parte, dalla A alla E si puo’ leggere qui. A me il suo dizionario sta piacendo cosi’ tanto che gli ho chiesto il favore di lasciarmi comporre un contraltare. Il mio sara’ il Dizionario dei Giorni Disperati. Inizia qui.

    .

    .

    Gli amici mi chiamavano ogni sera. Per una cena, una birra, un concerto, una chiacchera. E io andavo, ben contenta di portare un po’ a spasso il mio golfino pulito e la mia faccia allegra. Ero allegra, davvero. Sempre pronta ad uscire, a saltare su un altro tram, a ordinare un altro giro. Allegra e piena di parole, piena di sorrisi, le pacche sulle spalle, i baci su ogni guancia. Non mi restava altro che essere allegra dopo che avevi portato via la mia quiete serena. Non potevo che essere allegra dal momento in cui non sapevo piu’ come essere felice.

    Ti ricordi quella notte che stavamo leggendoci ad alta voce i giornali della settimana prima, quando e’ mancata la luce all’improvviso in tutto il quartiere? Ho trovato a tentoni una candela, tu l’hai accesa e fissata al collo della bottiglia. Abbiamo smesso di leggere e parlare, abbiamo guardato la fiamma finche’ ci e’ venuta voglia di dormire. E quando mi sono svegliata ho visto che la cera era colata sul pavimento, ed e’ stato difficile grattarla via. E tu avevi gia’ iniziato a mentirmi, e io credevo che il mio piu’ grande problema fosse togliere alla perfezione l’alone dal pavimento.

    Potresti avere cento occhi e mille bocche e un milione di mani, ettari e ettari di pelle stesa come colline e pianure e ancora non mi basteresti mai. Passo la mia mano sulla tua guancia lentamente. Accarezzo ogni cellula, il suo citoscheletro e i mitocondri e il tessuto endoplasmatico e il nucleo e ogni elica di dna che ti rende la meraviglia che sei, ogni molecola, ogni atomo di te, e capisci?, gia’ cosi’ mi ci vorrebbe un’eternita’ per ogni carezza, ma tu lo stesso fatti grande, enorme e sterminato e diventiamo eterni e diventino infinite le nostre carezze, e mangiamoci i filosofi e i teologi e la teoria dei quanti e l’universo e il tempo in un solo boccone.

    Non chiedermi nulla oggi. Non chiedermi di domani. Non chiedermi nulla di domani. Tanto cambierai, cambiera’ il senso della domanda, cambieremo con tutte le risposte che non ci entrano piu’ come le scarpe della scorsa stagione  per i ragazzini quando crescono veloci. Facciamo cosi’: non chiedermi nulla  nemmeno domani.

    Mi hai tirato fuori da me. Hai preso la parte piu’ lontana e bagnata con le mani nude e l’hai strappata e gettata nel mondo. Io guardavo questa piccola cosa palpitante contorcersi sotto i miei occhi e dicevo “no, non posso essere io”, ma ogni volta che passavo davanti ad uno specchio o a una vetrina non avevo il coraggio di controllare. Mi hai strappato con i denti e con la forza della poesia tutto quello che voleva stare nascosto nella mia pancia. Hai preso i miei pensieri, hai centrifugato via le parole e i sensi, i significati, la logica e poi li hai stesi sul balcone, orgoglioso di mostrare al mondo il tuo nome stampato su ognuno di essi. E adesso stanno ancora li’ a sventolare. E io non so se sono piu’ io.


  4. When I look into the mirror will I recognize myself?

    febbraio 14, 2011 by Valentina

    Mi piacciono gli uomini con la barba.
    Mi piacciono anche le ragazze con gli occhiali.
    Mi piace quando gli uomini con la barba sorridono sotto la barba e le ragazze con gli occhiali abbassano lo sguardo dietro agli occhiali.
    Gli uomini con la barba nascondono le fossette da ragazzini che hanno sulle guance.
    Le ragazze con gli occhiali hanno i sogni dietro ai vetri e perdono i treni e le matite.
    Mi piace anche quando mi togli gli occhiali e mi passi i pollici sulle palpebre, e mi piace soprattutto quando appoggio la mia guancia sulla tua barba e mi stringi un po’ per farmi ballare in cucina.


  5. Appunti

    febbraio 10, 2011 by Valentina

    Ho paura di quando arriverà il momento in cui mi sarò scordata l’immagine esatta di com’eri quella mattina mentre mi parlavi di New York e  mi accorgerò di aver sovrapposto al ricordo di te il ricordo del ricordarti.

    (photo credits Scott W. H. Young)


  6. Debut – Tiny Pupils

    febbraio 7, 2011 by Valentina

    Penso al tuo braccio che mi cerca e mi trova, mi stringe fino a che ti tiri contro di me, la bocca sulla mia nuca. Non so se sei sveglio anche tu o se dormi e se ti accorgi che davvero abbiamo bisogno di non perderci nemmeno per un momento e se non sia il caso di chiedertelo, la mattina, quando fa freddo fuori dalle coperte “ti sei accorto che non possiamo perderci mai?”