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dicembre, 2010

  1. Rivalutazioni ex post

    dicembre 21, 2010 by Valentina


    Oh it’s the last time we’ll fall in love
    Oh, it’s the last try to break apart
    You are not to blame

    - Leggendo le cose che scrivi mi si apre il cuore, mi emoziono, mi sembra di leggere quello che sento e che provo e penso “la donna che scrive queste cose deve essere una donna meravigliosa, è la donna perfetta per me, è la donna della mia vita”. Poi mi ricordo che sei tu, cazzo, e allora no! -

    I can’t remember your last smile
    I think I made it happen though

    [io per lui tra gli altri avevo scritto questo, e questo e anche questo]


  2. Ti regalo… il PslA 2010

    dicembre 17, 2010 by Valentina

    “Ok, chiuso. 135 post. 192 pagine. 76.141 parole. 381.038 caratteri, spazi esclusi.”
    Preannunciato con queste parole ieri dal Sir e reso disponibile oggi, Venerdì 17 alle ore 17, signore e signori:

    il Post sotto l’Albero 2010 Edition

    Scaricatelo, leggetelo, stampatelo, regalatelo, prendeteci sopra appunti, lasciatelo scompaginarsi fuori dall’interwebs e girare sulle scrivanie, nei parchetti e nei parcheggi.

    ..
    (Il mio contributo lo riporto anche qui, era la mia prima volta e sono emozionata come una verginella)
    .

    .

    Ti regalo

    Per Natale ti regalo una sciarpa e altri quindici mesi di inverno. Quindici mesi di neve e mani ruvide sotto il cappotto. Di baci a labbra screpolate negli angoli delle strade quando il sole tramonta alle quattro del pomeriggio. Baci di contrabbando, nel tempo che è sempre poco e le distanze che sono sempre troppe. Ti regalo una sciarpa per tenere calda la tua voce quando mi telefoni dopo aver posteggiato l’auto, prima di scappare in casa. Ti regalo settimane di nebbia umida che si attacca ai capelli e li fa profumare di foglie e fumo, ti regalo giornate corte e fredde senza speranza.
    Non l’ho fatta io questa sciarpa, perché non sono capace. Se fossi capace di fare una sciarpa sarei capace anche di far durare questo inverno altri quindici mesi e forse quindici anni. Che possa non arrivare mai il Maggio del tuo matrimonio. Che ci sia sempre la brina sotto le tue scarpe quando mi vieni incontro, come la promessa che non prometterai mai ad un’altra di non tornare qui.
    Ti regalo questa sciarpa. E quando l’inverno sarà finito me la renderai e la stringerai forte attorno al mio collo, e arriverà la primavera e il tuo Maggio crudele di promesse e io la porterò come un cappio, e ci appenderò dei sassi pesanti, e mi lascerò andare a fondo nei ricordi di questo inverno breve, più breve delle sue stesse giornate, ma tanto più caldo e dolce.
    Auguri amore mio, per tutto. Mi resta qualche spicchio di inverno ancora, avrei solo voluto tenerti al caldo.


  3. Era un’ email, ma diventa un post. Così.

    dicembre 12, 2010 by Valentina

    Due di notte, cappuccio della felpa tirato sulla testa, camminare per 7 chilometri a bordo tangenziale attraversando di corsa gli svincoli al buio, scavalcare i guardrail, gli occhi abbacinati dai fari delle auto, ratti grossi come cani da compagnia che si immobilizzano per poi scappare e sparire nel fosso, cantare a squarciagola per non sentire il freddo mentre si tenta di tornare in mezzo alla civiltà.
    Per un amore, per un piatto caldo, per un’ idea non lo farei.
    Per la musica sì.
    E’ grave dottore? e non sentire più le gambe oggi e non avere più la voce? è grave dottore?

    .

    (grazie a te che me li hai fatti conoscere, grazie a te che ti sei fatto coinvolgere fiducioso in questa serata matta, grazie a te che mi tieni al sicuro e mi riporti al caldo della ragione, grazie a te che mi regali le tue assenze perché io le possa riempire di piccole follie poetiche e farci storie da raccontarti la notte per farti ridere)


  4. A Sant’Ambrogio si fa l’albero

    dicembre 7, 2010 by Valentina

    “Mamma, facciamo l’albero! facciamo l’albero!”
    “Non è ancora Sant’Ambrogio”
    A casa mia l’albero di Natale si è sempre preparato il giorno di Sant’Ambrogio, patrono di Milano, 7 Dicembre, in concomitanza con la prima della Scala, il freddo vero da doversi mettere i guanti e il piccolo respiro di riposo dal lavoro tanto convenientemente adiacente ad un’altra giornata di festa nazionale.

    Da quando vivo da sola non ho più fatto l’albero, e da qualche anno non lo preparano più nemmeno i miei genitori. Loro decorano il soggiorno con le lucine, io aggancio qualche pallina al mio ficus spelacchiato che poi regolarmente lascio appesa ad arrugginirsi fino a primavera.

    Però mi è rimasto lo spartiacque mentale per cui il giorno di Sant’Ambrogio demarca l’inizio del periodo delle feste. E per celebrare la mia amatissima città ripesco il contibuto che avevo scritto per “My own private Milano”, che è scaricabile in tutta la sua completezza cliccando sull’immagine qui sotto, giusto in caso ve lo foste perso.

    Ed è il mio modo di mettere le lucine sull’albero della internette in attesa che arrivi il pacchettino del PSLA.

    I platani sono alberi grossi, possenti. Anche se spesso li potano in modo strano, amputando tutti i rami e lasciando solo il tronco e qualche ciuffo di foglie si capisce che sono alberi imponenti. I platani sono diventati alberi crudeli da quando abbiamo deciso di piantarli sul ciglio delle strade e amputargli i rami.
    Dicono che ci sono sempre fiori freschi vicino alla tua foto. Dicono che hanno attaccato messaggi con le puntine da disegno  al fusto maculato del platano. Dicono che Luca lo si vede spesso là, sul ciglio della strada e che ancora non ha smesso di piangere. Luca dice che non smetterà mai di piangere, tutti sappiamo che non è così ma lo lasciamo fare.
    Io preferisco venire qui, al parco. Non mi manchi sai? Davvero. Solo certi giorni, in certi momenti. Però no, io non sento il bisogno di tornare là, di appoggiarmi a quel paltano. Quando succede che ho voglia di pensarti un po’ vengo qui. Lontano dalla strada, nel parco: le robinie, gli aceri, il frassino malandato e i pioppi, il carpino sono alberi gentili. Disegnano dei ricami coi rami spogli contro il cielo in inverno. E quando iniziano a gemmare sembrano tentacoli alieni disegnati a china. E poi quando come ora sono carichi di foglie e pollini e linfa e cala la sera e tutto diventa silenzioso in un momento io continuo a non piangere. Però mi viene da sdraiarmi per terra. Guardo in su, e non c’è il tuo grembo a cui appoggiare la testa. Guardo in giù, e non c’è la custodia vuota della chitarra da cui esce il pacchetto di cartine. Mi rialzo, che tanto è uguale, tanto è tutto uguale e non cambierà più. Ti mando un bacio col pensiero. Magari stasera lo chiamo, Luca, gli racconto qualcosa per distrarsi, una filastrocca da bambini, una ninnananna mentre piange. Guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu.


  5. Kim the Dishwasher – Canadians

    dicembre 6, 2010 by Valentina

    Per una volta non scrivo una storia inventata. Perché ieri sono successi degli abbracci veri, e meritano una storia vera.
    C’è questa canzone suonata da questi ragazzi. Ed è la mia canzone preferita. Anche se c’è chi può giurare di avemi sentito preannunciare “ecco, la mia preferita!” all’attacco di ogni canzone del concerto di ieri sera.
    Per una volta scrivo della canzone che metto nel post, senza lasciare che sia solo una curiosità o un sottofondo.
    Ieri sera è successo quello che succede in questa canzone esattamente al minuto 3.36:
    turururuttu-tu-ruru-ru
    un inciso semplicissimo, che dà senso a tutto quello che è successo prima e prepara alla conclusione.
    Insomma, io questi ragazzi non li conosco mica bene. So che suonano, conosco le loro canzoni, so che il batterista sta per lasciare il gruppo perché lo hanno raccontato, mentre un po’ piangevano e un po’ suonavano e un po’ erano agitati, e io intanto ballavo e saltavo e cantavo tutte le canzoni come se ognuna fosse la mia preferita, ed era dolce e forte, proprio  come deve essere un abbraccio.
    E quando hanno finito di suonare e stavano smontando pezzi di strumenti, e hanno anche macchiato il tappeto di una ragazza che abita vicino a dove era il concerto, perché la batteria si muoveva e allora le hanno chiesto un tappeto in prestito da metterci sotto e sono andati a casa sua a prenderlo e poi ci si è rovesciato sopra del vino o del rum e coca, insomma: mentre succedeva tutto quello che succede dopo la musica ho incrociato Chri che suona la batteria e sta per lasciare il gruppo, ed è successo che ci siamo abbracciati.
    turururuttu-tu-ruru-ru
    Un abbraccio bello, forte e dolce come deve essere la musica quando con un inciso semplicissimo fa prendere  un senso a tutto quel che è successo prima e prepara alla conclusione.
    E’ stato emozionante.
    E io quando mi emoziono non so scrivere bene, non so più scrivere storie belle e inventate. Non so esporre con un senso compiuto e chiaro quello che succede, le cose che finiscono, i momenti di gioia, le nostalgie, non so mettere in una storia spiegata bene quello che sento dentro un abbraccio che ha la stessa forza e dolcezza di  quando ti viene  dato in regalo o in custodia un pezzettino di una storia che non ti appartiene.
    Allora niente, la chiudo qui.
    Basta una canzone stasera. Ci sono dentro talmente tante storie che è inutile aggiungere nulla di più.
    Turururuttu-tu-ruru-ru: minuto 3.36.

    Per una volta non scrivo una storia inventata. Perché ieri sono successi degli abbracci veri, e meritano una storia vera.
    C’è questa canzone suonata da questi ragazzi. Ed è la mia canzone preferita. Anche se c’è chi può giurare di avemi sentito preannunciare “ecco, la mia preferita!” all’attacco di ogni canzone del concerto di ieri sera.
    Per una volta scrivo della canzone che metto nel post, senza lasciare che sia solo una curiosità o un sottofondo.
    Ieri sera è successo quello che succede in questa canzone esattamente al minuto 3.36:
    turururuttu-tu-ruru-ru
    un inciso semplicissimo, che dà senso a tutto quello che è successo prima e prepara la conclusione.
    Insomma, io questi ragazzi non li conosco mica bene. So che suonano, conosco le loro canzoni, so che il batterista sta per lasciare il gruppo perché lo hanno raccontato, mentre un po’ piangevano e un po’ suonavano e un po’ erano agitati e io intanto ballavo e saltavo e cantavo tutte le canzoni come fossero la mia preferita, ed era dolce e forte, come proprio deve essere un abbraccio.
    E quando hanno finito di suonare e smontavano pezzi di strumenti, e hanno anche macchiato il tappeto di una ragazza che abita vicino a dove era il concerto, perché la batteria si muoveva e allora le hanno chiesto un tappeto in prestito da metterci sotto e sono andati a casa sua a prenderlo e poi ci si è rovesciato sopra del vino o del rum e coca, insomma: mentre succedeva tutto quello che succede dopo la musica ho incrociato Chri che suona la batteria e sta per lasciare il gruppo ed è successo che ci siamo abbracciati.
    turururuttu-tu-ruru-ru
    Un abbraccio bello, forte e dolce come deve essere la musica quando con un inciso semplicissimo fa prendere senso a tutto quel che è successo prima e prepara alla conclusione.
    E’ stato emozionante.
    E io quando mi emoziono non so scrivere bene, non so più scrivere storie belle e inventate. Non so dare un senso compiuto e chiaro a quello che succede, alle cose che finiscono, ai momenti di gioia, alle nostalgie, a quello che sento in un abbraccio che è come se mi venisse dato in regalo un pezzettino di una storia che non mi appartiene.
    Allora niente, la chiudo qui.
    Basta una canzone stasera. Ci sono dentro talmente tante storie che è inutile aggiungere nulla di più.
    Turururuttu-tu-ruru-ru: minuto 3.36.